L'abbraccio al termine del gigante fra Andrea Cailotto e Timothy Bonapace ©Gabriele Pezzaglia

Il vento soffia a intermittenza, il sole va e viene, la neve è dura, durissima, l’aria frizzante. Sembra inverno in Federia, Livigno, nel comprensorio del Carosello 3000. Gigante della selezione del Master Istruttori: 70 al cancelletto di partenza. Tutti guerrieri, 66 uomini e 4 donne. E la battaglia si snoda in un gigante di una cinquantina di secondi. Saranno 32 a salvarsi, a passare avanti, ad iniziare il viaggio e a prepararsi ad un’altra battaglia. Quella di sabato, quella finale. La guerra degli archi, la seconda guerra, guerra mondiale e giudizio universale. Rimarranno in dieci. Solo dieci.

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Non vola una mosca in partenza. Aria pesante, tensione, ansia, paura. Emozione. Per un giorno questi 70 guerrieri tornano atleti. E’ una sensazione strana quella che si vive in partenza, quella che si respira. Nostalgia e ricordi. Obiettivi raggiunti o sfumati, traguardi centrati o persi. Ognuno con la sua storia e il suo viaggio, in tanti (troppi) con un sogno interrotto. Chi per un infortunio, molti vittima del pessimo sistema italiano che scredita i Senior. Pochi, pochissimi per scelta. Un sistema diabolico, un tritacarne, che a vent’anni o poco più ti timbra come vecchio e spacciato. Silenzio nella start area. Per l’ultima volta eccoli alle prese con i rituali della partenza, come tantissime volte negli anni che furono e non torneranno più. Sono ancora lì per una volta, a lottare contro il cronometro con determinazione e con la fierezza che ti lascia dentro l’agonismo. Guerrieri davvero.

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C’è la bella Andrea Cailotto che si presenta al cancelletto abbozzando un sorriso. Concentratissima. C’è Timothy Bonapace che fa le flessioni. Sente la gara, ha gli occhi persi nel vuoto. Quasi trema. C’è Giacomo De Marchi che maschera la tensione cercando una battuta, un sorriso come appiglio per mascherare le paure. C’è Andrea Ravelli, che si isola. Si piega, si allunga, memorizza il tracciato confrontandosi con Nicola Otelli. Luca Confortola è immobile, pensieroso e cupo, più scuro della sua marcata abbronzatura. Andrea Viano, preparatore atletico in Coppa del Mondo, per una volta è dall’altra parte: tutina e casco, soprattutto trepidazione. All’arrivo c’è chi esulta, chi libera la tensione urlando, chi si abbraccia e si sbraccia, chi piange e chi ride. E chi si dispera. Federico Poncet e Nicola Quaquarelli, fra i più validi sulla carta, sono increduli. Troppo timore reverenziale, servirà la seconda manche per passare la prova. Alessandro Speranzoni taglia il traguardo della seconda manche: occhi al tabellone e mano sul petto che gonfia per mettere in mostra la S di SuperMan. Ha ragione Davide Marchetti, promosso dopo la terza frazione, a sostenere che è una gara vera, verissima, e che la tensione è disumana. L’ultimo a passare il guado, a saltare sul carro dei 32, un carro armato, è Davide Fumagalli. Ma non ci crede, vuole aspettare la conferma, il verdetto ufficiale.

Davide Marchetti e Davide Fumagalli: il passaggio agli archi arriva dopo la terza manche ©Gabriele Pezzaglia

Ai piedi del Federia, 2450 metri, si scrivono le sorti dei pretendenti Istruttori di sci alpino. I 32 passano alla prova degli archi, gli altri ci proveranno l’anno prossimo. E una cosa di positivo c’è. Eccome se c’è. Saranno atleti per un’altra volta.

Alberto Vietti, Mathieu Boldrini e Alberto Vietti, ripescati dopo la seconda manche ©Gabriele Pezzaglia
Davide Ciminelli con l’Istruttore Andrea Mammarella ©Gabriele Pezzaglia
Manfrini, Poncet e Speranzoni, vittoriosi dopo la seconda frazione ©Gabriele Pezzaglia
L’esultanza di Valeria Poncet e Chiara Petrucci @Gabriele Pezzaglia