La curva Z di Della Vite, che ama il padel, vuole strutturarsi fisicamente e ha nel mirino i Giochi

COURCHEVEL – Cappellino con visiera per proteggersi da un sole più che primaverile, occhiale fashion, voglia di scherzare ma con il pensiero – serio – rivolto già alle prossime stagioni. Filippo Della Vite si gode il suo primo mondiale, il miglior piazzamento in carriera (considerando comunque che in questi eventi ogni squadra schiera al massimo quattro atleti) e una sciata solida e moderna. L’ha definita a “Z” il direttore tecnico Max Carca che ha aggiunto: «è l’azzurro che più si avvicina a Odi». Qualche errore qua e là, un po’ di stanchezza nelle porte finali di un gigante lungo, ma idee chiare e precise. «Va bene, benissimo così, ho attaccato e trovato il limite – spiega Della Vite -. Ritocco di poco il mio miglior risultato (undicesimo, ndr) ma è pur sempre una piccola soddisfazione, anche perché con ogni probabilità farò punti importanti per la start list». 

Filippo, ormai per tutti “Pippo”, ci ha abituati alla continuità, ne parla lui stesso lasciando da parte la manche di Schladming, «quella sì, è da dimenticare». E proprio dal concetto di “continuità” vuole iniziare a costruire il suo futuro, anche lontano, ma non così tanto. Perché lui, cresciuto sulle nevi del Monte Pora con il Radici, rientra in un progetto ben definito in vista dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina. «Si ragiona sempre anno dopo anno, ma l’obiettivo è quello, il 2026 – dice -. Lì dovremo arrivare al top della forma, anche perché poi saranno i Giochi di casa e tutto sarà ancora più bello. Abbiamo tre anni di lavoro». 

Filippo Della Vite ©Pentaphoto

E’ nato con il mito di Ted Ligety, non ha mai avuto un suo poster, si è accontentato dello spettacolo che nel tempo ha regalato questo gigantista capace di segnare una generazione. Una volta che l’americano ha salutato, Pippo si è ispirato alla sciata di Henrik Kristoffersen e di Marcel Hirscher. «Faceva paura il suo modo di sciare – spiega riferendosi a Ted – è sempre stato il numero 1». Pippo è un giovane di belle speranze, che non si accontenta certo di una top 10, che vuole crescere e imitare la pattuglia di norvegesi. «Gareggio con avversari che hanno più esperienza di me, ma ci sono anche Norge che sono un anno pià grandi e vincono». 

Ha una tecnica moderna e prova ad avvicinarsi alla “scuola Odi”, la nuova frontiera dello slalom gigante. Che sfrutta la pendenza per volare sul tetto del mondo e dominare nella disciplina. Ma a Pippo quanto manca? «Speriamo poco, credo di dover lavorare più sul fisico che sulla tecnica – aggiunge -. Non sono alto 1,90 come Odi e non posso pensare di arrivare a pesare come lui. Però posso crescere, faccio dei parziali buonissimi, ma ogni tanto perdo per strada qualche pezzo, anche per un po’ di stanchezza». 

I primi passi sulla neve li ha mossi con Chiara May e Augusto Simoncelli, prima di affidarsi a Paolo Rota e proseguire poi il suo percorso. Ama giocare a padel e praticare lo sport in generale, importanti anche per lo sci. Con la palestra nel mirino, per continuare a strutturarsi e fare quello step che manca per essere lassù in cima. A giocarsi qualcosa di importante. Un pezzo di strada è stata percorsa, quella restante è scandita. Avanti con il lavoro, con i giusti tempi.

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