Federico Romele saluta: «Ho perso la motivazione e smesso di crederci. Il sistema non aiuta»

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Federico Romele saluta l’agonismo. L’atleta lombardo, 22 anni e un trascorso in squadra nazionale, dice basta. Volta pagina, cambia mondo, anche un po’ disgustato dal sistema. Ma ha già un futuro tracciato: vuole diventare commercialista non appena concluderà gli studi. Ventisette punti in slalom, un titolo italiano Giovani e ancora qualcosa da dimostrare.

Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
«Principalmente ho perso la motivazione. Negli ultimi due anni non sono riuscito a fare il salto di qualità che speravo di compiere. Sicuramente anche l’ambiente non aiuta e finisce per farti perdere la voglia. Una volta che sei fuori dalla squadra, sei visto come un numero. Di sicuro non ti aiutano e non ti sostengono: ho visto spegnersi il sogno e, a un certo punto, non ci credevo più nemmeno io. E allora mi sono chiesto: che senso ha continuare?». 

È stata una decisione improvvisa?
«No, ci ho messo un po’. Non sono decisioni facili da prendere: ho sempre sciato, fin da quando ero piccolo, non è qualcosa che puoi definire da un giorno all’altro. Durante la stagione ci ho pensato parecchio, poi in primavera ho capito quello che volevo fare. C’è anche altro nella vita, oltre allo sci».

Cosa farai adesso?
«Oggi sono ancora nei Carabinieri. Quest’inverno mi laureo in Economia a Brescia e poi vorrei fare la magistrale, con l’idea di intraprendere la libera professione e quindi diventare commercialista. Anche mentre facevo le gare ho sempre portato avanti l’università». 

Si può studiare e fare sport ad alto livello?
«È fattibile, dopo il Liceo mi sono subito iscritto all’università, cercando di frequentarla in presenza e non in modalità online. Ci sono riuscito e pure rispettando i tempi. Sicuramente ci vuole impegno, ma il tempo a disposizione c’è: sta alla persona organizzarsi, ma serve molta motivazione».

Quindi non pensi di rimanere nell’ambiente dello sci?
«Non ho nessuna intenzione di rimanere in questo mondo. Anche questo è uno dei motivi per cui lascio. Trovo che l’ambiente sia pessimo e il sistema non ti spinga a rimanere dentro. Io non sono vecchio, ho 22 anni e non sono certo arrivato all’apice della carriera. Poi però smetti di crederci e ti chiedi: ne vale la pena? Secondo me, a un certo punto, non ne vale più la pena».

Federico Romele qualche stagione fa ©Raffaele Merler/Pegasomedia

Hai fatto due stagioni in squadra, poi come sei riuscito a proseguire?
«Sono rimasto con i Carabinieri, che mi sono sempre stati vicini nei momenti di bisogno. Anzi, abbiamo costruito un bel gruppo. Il primo anno abbiamo lavorato bene, anche se eravamo in pochi. Poi, nell’ultima stagione, abbiamo costruito un gruppo bellissimo con Maurberger, Zingerle, Pizio, Bini. Ci siamo trovati davvero bene».

Sei anche volato in Oriente, come mai?
«Ho deciso di andare all-in. Sono partito con la Coppa Europa tra la Svizzera e l’Italia, senza però trovare condizioni ideali come per esempio hanno trovato i convocati per la Svezia. Quando sei fuori squadra sai che non ti danno tante chance e quindi o arrivi pronto o parti con il 70 e ti trovi a gareggiare su piste al limite. E così ho deciso di partire, ma non ho trovato i punti che cercavo». 

Qual è il ricordo più bello della tua carriera?
«Gli Italiani Giovani del quinto anno. Avevano appena fatto le convocazioni per i Mondiali Juniores e io ero stato escluso. Ero nero per le scelte fatte. Subito dopo è arrivato il giorno della gara e ci tenevo tantissimo a dimostrare il mio valore. Vincere quello slalom è stato bellissimo, probabilmente l’emozione più grande». 

E il rammarico più grande?
«Sono stato poco coraggioso nel fare alcune scelte magari anche un po’ fuori dagli schemi. Sono rimasto troppo nel mio. Le cose non andavano bene e non ho avuto il coraggio di prendere decisioni più forti per provare a cambiare la situazione. Alla fine sono i piccoli dettagli che fanno la differenza». 

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