La partenza il 20 luglio, il ritorno proprio mentre iniziava la South American Cup. Pietro Seletto è stato fra i protagonisti della festa dello sport di Breuil-Cervinia, fresco della grande esperienza in Argentina, a fianco di papà Erik che ben conosce quelle zone dopo tanti anni trascorsi in giro per il mondo, prima come atleta e poi come tecnico della nazionale.
Pietro, 16 anni, è appena entrato nei Giovani ed è tesserato Centro Sportivo Esercito, dopo la crescita con il club della famiglia Seletto, gli Azzurri del Cervino. Ha già rotto il ghiaccio, partecipando alle prime gare FIS di slalom. «È stata una bella esperienza, che mi ha insegnato tanto – racconta Pietro – Abbiamo fatto diversi allenamenti di slalom, scegliendo poi di partecipare ad alcune gare».
Sei preoccupato per questo passaggio di categoria?
«Sicuramente ci vorrà del tempo per adattarsi. È un processo più lungo, perché si ricomincia praticamente da zero: ci sono nuovi materiali, nuove competizioni e un mondo diverso da affrontare. Sono però fiducioso».
Che cosa significa per te avere tuo papà come riferimento tecnico, considerando anche la sua esperienza con la squadra nazionale?
«Per me è la cosa migliore che potesse capitare. Riusciamo a parlare di tutti gli aspetti, dalla preparazione fisica all’allenamento in pista. Ovviamente lui riesce a darmi qualcosa in più che magari un allenatore esterno non potrebbe fornirmi. Sono molto contento di averlo come allenatore».
Arrivi da una famiglia di velocisti, ma tu sembri particolarmente forte nelle discipline tecniche.
«Per ora sì. Dobbiamo sperare di crescere un po’ fisicamente per cercare di andare bene anche in velocità, però il superG e la discesa mi piacciono molto».

Erik: «Idea nata quando Fisi ha dato l’ok a gareggiare»
Erik, anche lui presente alla festa dello sport di Valtournenche, spiega invece il perché è nata l’idea di volare in Sudamerica, spuntata un po’ all’ultimo. «Tutto è partito da quando la Fisi ha aperto la possibilità agli atleti al primo anno Giovani di partecipare alle gare. Abbiamo deciso di partire soprattutto per cercare di farlo entrare il prima possibile in questo nuovo mondo».
Come hai trovato Pietro?
«Le prime due gare, soprattutto la prima, sono state molto tese. Poi è riuscito a disputarne cinque e, nelle ultime, era già molto più sciolto, riuscendo a fare delle belle cose. Siamo riusciti anche ad allenarci bene in condizioni difficili. A Ushuaia, essendo molto a Sud, in questo periodo c’è pochissima luce: alle 9.30 è ancora buio. C’era poca neve, soprattutto artificiale, e quindi le piste venivano battute poco. Erano condizioni completamente diverse da quelle a cui Pietro era abituato».
Quali erano gli obiettivi principali della trasferta?
«Siamo andati in Argentina per allenarci e soprattutto per rompere il ghiaccio con questo nuovo tipo di gare. Non potevamo pretendere troppo, anche perché a giugno Pietro era stato operato a una caviglia. Prima della partenza aveva sciato soltanto una settimana e poi abbiamo fatto un’altra settimana di allenamento. Nonostante questo, si è comportato bene. Ha commesso parecchi errori e ci sono ancora tante cose da migliorare, ma è tutto fieno in cascina».
