Lindsey Vonn ha concesso alla rivista statunitense Vanity Fair la prima, lunga intervista dopo la tremenda caduta occorsa a Cortina d’Ampezzo. Dopo pochi secondi della discesa olimpica, come noto, Vonn cadde e si fece male al punto da aver rischiato l’amputazione della gamba. Più di un mese dopo, comunque, sui social ha fatto sapere che non è detto che non torni mai più a sciare: un concetto che ha espresso meglio anche in questa intervista con Vanity Fair, che l’ha messa in copertina con le foto di Quil Lemons.
L’intervista, svoltasi nella villa da 1.400 metri quadrati di proprietà di Vonn nei dintorni di Park City, Utah, è anche un’occasione per riflettere su temi che esulano da Vonn stessa, come le difficoltà che deve affrontare un’atleta di altissimo livello quando si infortuna o il modo in cui il pubblico guarda ad atleti così speciali.
Alla giornalista statunitense che la intervista, Elise Taylor, Vonn rivela che ancora in questi giorni ha un sogno ricorrente: tagliare il traguardo dell’Olympia delle Tofane e vedere la luce verde. «Ero la numero uno al mondo – dice Vonn – e potenzialmente in corsa per una medaglia olimpica. Ora sono su una sedia a rotelle».

Pochi giorni prima delle Olimpiadi, durante la discesa libera di Crans Montana, Vonn finisce nelle reti e urla di dolore: menisco andato, ma il sogno olimpico non compromesso. Nei giorni di avvicinamento all’attesissima discesa libera a cinque cerchi, Vonn era «esattamente nello stato mentale in cui volevo essere. Ero pronta a partire».
La caduta, i dolori lancinanti, le operazioni
Poi però, 13 secondi dopo la partenza, un’altra caduta, le urla di dolore, la fine del sogno. «Avevo la gamba rotta e gli sci ancora ai piedi. La gamba era tutta attorcigliata e non riuscivo a togliermi gli sci. Non riuscivo a muovermi e urlavo chiedendo aiuto. Avevo solo bisogno che qualcuno mi togliesse gli sci», ricorda Vonn.
Fu trasportata in elicottero a Treviso, dov’era già pronto Tom Hackett, il medico a capo dell’equipe di chirurghi per le nazionali americane di sci e snowboard. Ad aspettarla c’erano anche molti paparazzi, che avevano preso d’assalto l’eliporto. «In qualche modo era trapelata la notizia che saremmo andati lì», dice Hackett.
In ospedale le diedero degli antidolorifici e la sottoposero a una TAC. Gli effetti dei farmaci non durarono a lungo. «A metà dell’esame, ho iniziato a sudare. Il dolore era lancinante. Ho urlato a squarciagola: “Tiratemi fuori di qui!”. Il dolore non mi dava tregua. Mi è rimasto impresso nella mente».

Sedata pesantemente, Vonn ricorda di essersi svegliata, a un certo punto. Il ricordo di Hackett è piuttosto crudo: Vonn urlava, in modo ancora più agghiacciante di prima. La sua gamba aveva iniziato a gonfiarsi e non accennava a smettere. Hackett la misurava ogni pochi minuti. «Stava peggiorando e non rispondeva a dosi massicce di fentanil, morfina, ossicodone, insomma a tutti gli antidolorifici che si possano immaginare», dice il dottore.
Hackett parla di sindrome compartimentale conclamata, una condizione pericolosa in cui la pressione aumenta nella gamba, limitando il flusso sanguigno e causando danni nervosi diffusi. «Sono sicuro che avete visto hot dog o salsicce sulla griglia. Si gonfiano sempre di più. Poi, all’improvviso, scoppiano. Si rompono».
È fondamentalmente ciò che stava per succedere alla gamba di Vonn: fuori di metafora, ricorda sempre Hackett, «c’era un’alta probabilità che perdesse completamente la funzionalità della gamba, se non addirittura la gamba stessa».

Il ricordo di quelle ore, per Vonn, non è meno doloroso: «Il dottor Hackett era alla mia sinistra. C’erano diversi medici e infermieri intorno a me. [Hackett] mi disse: “Non preoccuparti, ti salverò la gamba. Ci penso io. Mi sto preparando per l’intervento”».
Dopo quattro operazioni, la campionessa ha luce verde per tornare in Colorado. Ricorda che non riusciva ancora a scendere dal letto e aveva ancora attaccato il catetere, quando un apposito volo l’ha riportata negli Stati Uniti.
Il complicato ritorno ad una vita “normale”
Negli States, di nuovo, Vonn è stata sottoposta ad un’altra operazione, la quinta. Durata sei ore, quest’ultima è stata quella che ha definitivamente riparato la frattura. Da qualche giorno, poi, Vonn ha smesso di prendere gli antidolorifici. Una grande notizia per lei, che almeno ora riesce «a sostenere una conversazione sensata».
Le hanno scritto in tanti. Da David Beckham a Jannik Sinner, da Tom Brady al Principe William. Eppure Vonn non vuole che «la gente si soffermi su questo incidente», non vuole venire ricordata come “quella che è caduta alle Olimpiadi”. «Ciò che ho fatto prima delle Olimpiadi non era mai stato fatto prima. Ero la numero uno in classifica. Nessuno si ricorda che vincevo».

Quando Elise Taylor le chiede se stia nuovamente pensando di tornare a sciare, la più grande discesista di sempre fa una pausa, e poi afferma: «Non mi piace chiudere la porta a nulla, perché non si sa mai cosa succederà. Non ho idea di come sarà la mia vita tra due, tre o quattro anni. Potrei avere due figli. Potrei non avere figli e voler tornare a gareggiare. Potrei vivere in Europa. Potrei fare qualsiasi cosa».
Forse Vonn, in cuor suo, ha ancora una piccola speranza. Poi però c’è la realtà. «È difficile dirlo con questo infortunio. È una situazione davvero tremenda. Sento davvero che è stata un’ultima gara orribile con cui concludere la mia carriera. Sono riuscita a gareggiare solo per 13 secondi. Ma sono stati 13 secondi incredibili».

Un’ultima riflessione, tra le tante di valore che si trovano nell’articolo su Vanity Fair, riguarda ciò che provava Vonn già dopo il primo ritiro. La sua vita era «fantastica» dopo essersi ritirata per la prima volta dopo i Mondiali di Åre 2019, ma sentiva che qualcosa le mancava. «Credo che sia proprio questo il mio punto debole. Mi piace mettermi alla prova. E non troverò mai più nella vita una sfida neanche lontanamente paragonabile a quella che ho affrontato con lo sci. Questa sarà sempre la mia sfida personale: come trovare gioia nelle cose di tutti i giorni?».
Per Vonn è difficile pensare di abbandonare la sua vocazione: un fenomeno comune alla maggior parte dei grandi atleti che prima o poi devono rinunciare alla propria disciplina. «È la sensazione che a nessuno importi», dice Vonn. «Che il mondo continui a girare, che tu ci sia o no».




