È un venerdì mattina qualsiasi di marzo, sulle piste di Limone Piemonte. Tra le reti e i pali da gara, con ogni probabilità si può trovare un signore molto noto da queste parti. Dimostra molti meno anni di quanto ne abbia in realtà, si attacca spesso alla radiolina per comunicare, ascolta e osserva. Dicono di lui: «Se resta in casa diventa scemo». Quando gli viene chiesto dove trovi le energie per fare tutto ciò che fa, dietro agli occhiali ride di gusto: «Passione», risponde.
Sulla carta d’identità ha scritto “Nato a… Limone Piemonte”, e ricorda: «Quando ero piccolo, bisognava lavorare. Non c’erano mica i soldi né niente, all’epoca». È la filosofia di vita che lo accompagna ancora oggi. Lo chiamano tutti per soprannome, Stefano “Steu” Dalmasso. Ha 78 anni e, dopo averci mostrato le piste di Limone, ci accoglie nella sede dello Ski College Limone, di cui è direttore tecnico. È un ufficio piccolo ma accogliente, con tanti cimeli alle pareti, che fa angolo tra le viuzze del centro di Limone Piemonte.
Alle sue spalle, Dalmasso ha una storia infinita di successi. Uno che ne ha viste tante, per usare un eufemismo: «Ho cominciato nel 1974 (quando aveva solo 28 anni, ndr) ad allenare squadre nazionali: avevo la Coppa Europa maschile, tra gli altri avevo anche Paolo De Chiesa. Poi ho allenato la Coppa del Mondo femminile, la Valanga Rosa, per nove anni. In quegli anni ne avevamo cinque nelle prime 15 del mondo». In seguito, Dalmasso ha allenato Deborah Compagnoni, Alberto Tomba e praticamente tutti i campioni di quella generazione.
Nel 1991 la Federazione francese bussa alla sua porta. «Sono andato con un contratto di un anno, ho finito per farne dodici». Tra i tanti highlights di un’avventura incredibile, Dalmasso cita le Olimpiadi di Salt Lake City 2002, quando la Francia piazzò Jean-Pierre Vidal e Sebastien Amiez sui primi due gradini del podio in slalom.

Oggi Steù Dalmassò, come lo chiamavano in Francia, è un tuttofare per lo Ski College Limone. Si spende per lo sci nel suo paesino delle Alpi Marittime da quando ha smesso con le squadre nazionali: «Era gestito dal comune, ma stava per chiudere. Ho dato una mano, all’inizio, poi l’ho mandato avanti. E siamo andati bene: lo Ski College Limone ha portato cinque ragazzi in squadra nazionale, tra cui un tre volte campione italiano Giovani come Fabio Allasina e Corrado Barbera».
Dalmasso è una memoria storica impareggiabile e un profondo conoscitore dello sci, a tutti i livelli. Ancora oggi non si perde una gara di Coppa del Mondo. Nel commentare cosa funziona e cosa no, secondo lui, in certe squadre nazionali, parla sia di numeri che di fiducia.
«C’è un problema tecnico. Le squadre sono troppo grandi, c’è troppa gente. E quando sei in tanti, cambiano le lingue. Io sono abituato ad avere un responsabile, un secondo, preparatore atletico, fisioterapista e tutto il resto. È importante avere 7/8 atleti, non troppi, che seguono una sola lingua. Tecnicamente bisogna correggere i difetti: magari sono pochi, questi difetti, e c’è da lavorarci per mesi, però è quello che fa la differenza. Un’altra cosa molto importante, per quanto difficile ad alto livello, è avere un gran rapporto, un certo feeling, con i tuoi atleti. Devono fidarsi molto».

L’analisi di Dalmasso esula anche dalle mere cose di pista. «Ormai chi fa sci è tutta gente che economicamente sta bene. E quindi sono persone abituate bene: a volte manca un po’ di voglia di fare le cose difficili, quelle che non vengono da sole. In questo devi affidarti al tuo allenatore».
Arrivare al vertice, per quanto difficilissimo, è possibile, secondo Dalmasso. I veri campioni però si vedono qui, una volta che hai toccato per la prima volta l’apice. «È a questo punto che devi stare attento, perché compaiono gli errori. Ce ne sono cinque o sei, di tipologie di errori, non 50. Però un allenatore deve saperlo individuare e saperlo correggere, capendo in quale parte della curva lavorare, eccetera. Un coach deve saper entrare nella testa di coloro che allena e capire come fare a correggere certe cose».

Dalmasso ricorda per esempio di Sebastien Amiez. Il francese, padre di Steven e argento mondiale oltre che olimpico, crebbe sensibilmente grazie ai suoi consigli. Ciò di cui Dalmasso è più orgoglioso, tuttavia, è il rapporto che si è instaurato tra i due: che sono amici e si sentono ancora spesso.
In svariati decenni di attività e lavoro dietro le quinte, Dalmasso ha visto crescere centinaia di atleti. Un commento finale sente di poterlo fare sulle «categorie dei piccoli. Lì i genitori seguono molto i bambini e farebbero di tutto per farli vincere in quelle categorie. In quell’età, invece, in Norvegia non c’è niente: dopo però crescono. Invece i nostri, man mano che vanno su, si perdono un po’ per strada, e smettono presto. Da piccoli bisognerebbe insegnarli poche cose, una soprattutto: sciare bene».




