Sembra ieri quando con quelle ciabatte da piscina bianche e blu scendeva da una camera d’albergo di Campo Felice per bere una camomilla: «Devo riposarmi, la stagione sta per finire, ho il GPI in tasca ma voglio far bene fino all’ultimo». Era l’anno prima dell’ingresso in squadra nazionale quando dominava in lungo e in largo la scena del circuito giovanile nazionale. Quel voglio fare bene fino all’ultimo, fino alla fine, sempre e comunque, spiega chi è questo giovanotto di Manerba del Garda classe 2001. Una motivazione pazzesca, un senso del dovere fuori dal comune, una determinazione che non ha uguali. Certo, di classe devi averne eccome, di talento, di capacità. Altrimenti col cavolo che trionfi sul Lauberhorn di Wengen, una delle piste più impegnative del mondo e in uno scenario di pubblico e tifo incredibile fra l’altro.

E si, devi averne di classe, come ha dimostrato quando è entrato in squadra nazionale facendo tutti i giusti step per crescere fino a quel trionfo in Coppa Europa assoluta a suon di vittorie e podi e fino a quel filotto di medaglie mondiali juniores, tre addirittura d’oro. Devi averlo nel dna, nelle corde il talento. E devi avere il motore. Ma per esprimersi ad altissimo livello devi possedere anche quella testa, quelle attitudini, quella voglia, quel senso della concentrazione, quella capacità di saperti gestire, quell’umilità. Giovanni Franzoni ha tutto questo. E poteva anche salire sul podio, come ha fatto a dicembre in Gardena, prima. E poi vincere, come ha fatto sulle leggendarie nevi bernesi del Laurberhorn-Rennen, prima di oggi. Tuttavia un infortunio maledetto tre anni fa proprio sulla pista svizzera lo aveva frenato, disinnescato, obbligato a fermarsi e ripartire da zero nel viaggio verso la gloria. La sua consacrazione è stata solo rimandata: ed eccola finalmente ai piedi del Lauberhorn.
Franzoni eccelle per la capacità di mettersi in discussione, in gioco, per non accontentarsi. Vuole sempre il massimo. «Non mi accontento dei piazzamenti, voglio fare i podi in Coppa del Mondo, voglio vincere. Questo è il mio obiettivo, non mi ineteressano le mezze misure». Eccolo Gio in tutta la sua mentalità vincente. Ed è poi impressionante la sua umiltà, che non fa a pugni con la determinazione e cattiveria agonistica. Anzi, è complementare. In qualche occasione si è abbattuto anche troppo si diceva, si pensava. Ma forse è anche in questo la sua forza. Abbattersi e stare in silenzio, rimuginare, per cercare subito poi le motivazioni, le cause, per ripartire con slancio. Una forza mentale assurda per un ragazzo, che, affiancata alla classe, sfocia in un binomio pazzesco. Se la prende per una cosa andata storta, ma ha l’intelligenza di cancellare quella insoddisfazione che ha dentro sostituendola con quel fuoco che anima la sua bramosia di agonismo.

Del resto la famiglia ti forma. «Vuole arrivare in alto e fa bene. Abbiamo un’ azienda in salute a casa, cosa seve gareggiare per piazzarsi e basta?». Non è severo il ragionamento di papà Osvaldo, ma schietto e reale. E’ il concetto che tanti atleti non capiscono: fare sport è un lavoro bellissimo, onorarlo vuol dire puntare al massimo e capire che se quel massimo non lo puoi raggiungere meglio lasciare il posto agli altri. Maniaco del lavoro, puntiglioso metodico. Non lascia nulla al caso, ma allo stesso tempo non pretende le cose dalle persone, se non con educazione. «Se mi dicevano di fare il podio in Gardena e vincere a Wengen, ossia nelle piste dove solitamente facevo più fatica, avrei fatto fatica a crederci. Invece sto attraversando un periodo ottimale, scio sciolto, sicuro, sembra che tutto fili via liscio. Sono più convinto di quello che posso fare, mi sto prendendo quello che ho sempre cercato, sto vivendo insomma il mio sogno che oggi si è trasformato in realtà». Mettersi in gioco e ringraziare sempre per quello che è e per quello che fa. Questo è onorare lo sci, lo sport, il lavoro, onorare la vita in ogni sua forma. «Sono grato di essere uno sciatore di Coppa del Mondo, vincere è un coronamento di un grandissimo progetto. Sciare, gareggiare, l’agonismo sono la cosa che mi da’ più adrenalina. Sono la cosa più bella per me».

Questa vittoria, questo trionfo sul Lauberhorn, ci consegna definitivamente un campione. Nell’anno olimpico tutto ciò significa tantissimo. Sapevamo tutti delle sue sopraffine qualità e delle sue doti umane, ma serviva questa finalizzazione per affermare a gran voce che abbiamo in dote un campione eccezionale. E non è finita qua Gio. Domani c’è la discesa, poi l’uno-due da paura a Kitbuehel sulla Streuf. E infine le Olimpiadi su un altro pendio mitico, la Stelvio di Bormio. Il sogno è realtà, ti e ci aspetta un mese bestiale. Gare, allenamenti, viaggi. E anche riposo. Peccato che a schiacciare un pisolino in camera al pomeriggio sei rimasto solo… Ma Matteo è il tuo primo tifoso e lo sai…





