Il presidente della FISI, specialmente dopo il rinnovo delle cariche dell’ultima assemblea, ha agito da DT dello sci alpino. Ha preso molte decisioni di natura tecnica e durante il Mondiale ha espresso la sua posizione attraverso i comunicati stampa federali con valutazioni sulle scelte degli allenatori.

STRUTTURA DECAPITATA – Ma possiamo andare indietro di qualche mese. Tra maggio e giugno Roda ha decapitato una struttura che stava lavorando da anni e che aveva portato medaglie iridate e olimpiche, decidendo in prima persona di tagliare alcuni allenatori. Esempi? Parliamo di Claudio Ravetto, messo alla porta ‘reo’ di volersi occupare dello sci alpino senza ingerenze nelle scelte del presidente o del consiglio federale. Parliamo anche di Jacques Theolier, lasciato per strada senza nemmeno un preavviso. Non stiamo a discutere se i predecessori siano meglio degli attuali tenutari dei vari ruoli e nemmeno lo vogliamo affermare, ci limitiamo a sottolineare che sono state fatte delle scelte. Questo è degno del massimo rispetto, in fondo chi riveste ruoli di responsabilità è tenuto a farlo. Però nello sport, nel lavoro e nella vita chi prende una decisione deve assumersene la responsabilità. C’è sempre un prezzo da pagare, sarebbe troppo comodo se no. Un direttore tecnico che porta a casa ‘zero tituli’ ad un Mondiale, nella celebre frase di José Mourinho, deve lasciare il proprio incarico. Per cui il messaggio è chiaro: se Flavio Roda fosse coerente con il suo operato, dovrebbe rassegnare le dimissioni al termine di questo disastroso Mondiale, in cui hanno vinto medaglie l’Austria (una caterva), Stati Uniti, Slovenia, Svizzera, Canada, Svezia, Germania, Norvegia, Francia e Repubblica Ceca. E in cui noi non ci siamo mai nemmeno arrivati vicini. Insieme a lui dovrebbero farlo le persone designate a gestire l’area tecnica dello sci alpino.

L’ESEMPIO DEL CALCIO – Spesso il calcio viene additato come esempio da non seguire. Dopo l’eliminazione a Brasile 2014 (qualche ora dopo) il presidente federale Giancarlo Abete si è dimesso, accompagnato dal commissario tecnico Cesare Prandelli. E allora prendiamo esempio. Dimissioni immediate, dunque, e FISI da rifondare. Ma da rifondare per davvero e questo messaggio va dritto al presidente del CONI Giovanni Malagò.

RIFONDARE LA FEDERAZIONE – Qualche punto su cui basare la riforma? Un presidente che faccia il presidente e che si occupi di pubbliche relazioni con le istituzioni, che svolga un ruolo di rappresentanza. Un amministratore delegato moderno con autonomia d’azione che si preoccupi del funzionamento della struttura, con stipendio e bonus commisurati alla crescita del fatturato dell’azienda FISI. Valore alla tessera federale: un tesserato, un voto all’assemblea, meglio se on-line. Basta con gli scambi di favori, i pacchetti di deleghe, con le cariche blindate, decise nelle cene pre-elettorali dai soliti noti. Spostare drasticamente il tiro sull’attività giovanile e degli sci club, rivoluzionando il calendario e l’impostazione delle categorie, per privilegiare la crescita tecnica e umana generale dei giovani sciatori e non i risultati nel breve e nell’immediato.

SENIOR E COMITATI – Valorizzare una volta per tutte la categoria Senior: il nostro è l’unico sport non praticato seriamente nella fascia tra i venti e i trent’anni, se non dai professionisti. Resettare la suddivisione territoriale dei Comitati che ricordano tanto Regioni e Province nella politica. Andiamo avanti? Ci sarebbero un’infinità di altri temi da affrontare, anche con una certa urgenza. Il rapporto con la scuola, la promozione dell’attività, il famoso ‘fare sistema’ con gli operatori turistici e i produttori di attrezzatura… E molto altro. Però ci vuole un presidente vero e non un direttore tecnico dello sci alpino travestito da presidente (o viceversa). Specialmente se questo non porta nemmeno una medaglia, come già successo a Torino 2006 quando i soldi c’erano e la carica, almeno, era ufficialmente quella.