Frida Hansdotter ©FISI/Pentaphoto

A volte facciamo tutto al contrario. Non siamo capaci di fornire dei modelli di comportamento corretti ai bambini. Ci riempiamo la bocca di concetti come esasperazione, programmazione e altre belle parole, ma i fatti dimostrano che non siamo capaci a far crescere giovani talenti. Abbiamo un approccio alla tecnica sciistica e alla preparazione fisica nelle categorie dei più piccoli come se davanti ci fossero atleti fatti e finiti. Alleviamo gli sciatori di domani con la paranoia del cronometro e del risultato, facendo finta di non sapere che l’età dei vincenti, quelli veri, quelli che contano, è sempre più elevata. Noi invece, nelle riunioni regionali e nazionali, insistiamo sulle date di nascita e litighiamo sui contingenti. Illudiamo famiglie e atleti, scimmiottando i campioni e dando come unico scopo dell’attività agonistica il traguardo della squadra nazionale. Nascono club che sembrano scuole di sci, talvolta a puro scopo di lucro, che spesso esauriscono la gran parte del loro impegno con le categorie Baby e Cuccioli. Non riusciamo a invertire questa tendenza che porta all’inevitabile abbandono precoce: così il bacino da cui attingere è sempre più ristretto. Da piccoli abbiamo già i difetti dei grandi. O meglio, dei nostri grandi. La scusa pronta, che deriva spesso dalla pappa pronta, il dare la colpa, il cercare attenuanti.

Il se, il forse, il però. È triste quando un ragazzo dà la colpa alle lamine, alla sciolina, alla tracciatura che gira poco. Sconvolgente vedere che tanti nostri piccoli atleti crescono con la convinzione che le gare di sci si debbano svolgere esclusivamente sulla neve dura, sul ghiaccio, con la pista liscia. La colpa di una brutta prestazione allora è causata dalla pista che non tiene e dai segni, e ci mettiamo pure la scarsa visibilità. Del resto i nostri ragazzi crescono con esempi fuorvianti. Quante volte i big azzurri si lamentano per le condizioni della neve? Perché, attenzione, il manto deve essere duro, ma allo stesso tempo non troppo freddo. E già, perché poi la neve è aggressiva, ti aggancia, e allora non va bene ugualmente. Una girandola di giustificazioni. Infine c’è l’ossessione del ripido, degli angoli, delle tracciature tecniche, perché fa figo gareggiare su tracciati esigenti. Peccato che chi vince nell’alto livello va forte anche su nevi morbide e sui tratti pianeggianti. Chiaramente sa fare le curve, ma anche mollare gli sci e fare velocità in ogni condizione. Cresciamo dei cesellatori di traiettorie, dei geometri, ma spesso incapaci ad andare forte, ad essere scorrevoli, leggeri, sensibili. La nostra scuola tecnica è indietro. E forse è meglio non averla neanche la scuola, se questi sono i risultati. Gli svedesi ne fanno a meno e vincono le medaglie d’oro olimpiche in slalom che è la disciplina tecnica per antonomasia. E a 35 anni suonati.

Articolo tratto da Race ski magazine 149, uscito in edicola nel mese di marzo 2017. Se vuoi acquistare una copia arretrata, visita questo link ACQUISTA COPIA