Quando nel 2023 Franzoni ci raccontò: «Mi sveglio la mattina per andare sempre più veloce sugli sci»

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Giovanni Franzoni è uno di quei ragazzi che abbiamo visto crescere nei circuiti giovanili e che tante volte abbiamo incontrato ai Campionati Italiani. Nel novembre del 2023 gli avevamo dedicato una copertina di Race ski magazine, era il numero 172 di novembre, all’inizio della stagione di rientro di Gio, dopo la brutta caduta di Wengen. E questo è quanto ci aveva raccontato il bresciano di Manerba del Garda, all’epoca ventiduenne e vincitore della classifica generale di Coppa Europa. 

Dopo la caduta di Wengen e l’intervento chirurgico, come stai?
«Negli ultimi due mesi ho fatto un capolavoro insieme ai preparatori atletici che mi seguono, Luca Rosi a casa e Davide Marchetti in squadra. A maggio avevo fatto alcuni test in Mapei ed ero molto indietro con la preparazione, ma prima di partire per l’Argentina ho recuperato quasi completamente».

Che cosa hai combinato?
«Mi sono lacerato e strappato praticamente la gran parte dei muscoli e tendini della gamba destra, dal gluteo fino al femorale. Sono stato operato da uno specialista in Finlandia, quello che si è preso cura anni fa di Peter Fill; il recupero non è stato affatto semplice».

Quanto hai aspettato prima di iniziare la riabilitazione?
«Le prime due settimane non potevo nemmeno sedermi, queste sono state le indicazioni dello staff medico. Stavo sempre a letto, il primo periodo è stato duro, addirittura mangiavo da sdraiato». 

Cosa vuol dire fermarsi e interrompere l’attività nel pieno della tua crescita?
«Un infortunio ci sta sempre nello sport, figuriamoci nello sci. Ma riprendersi da questo incidente non è stato facile anche perché riabilitazione e fisioterapia sono state lunghe. Adesso credo di avercela fatta, aspetto questa stagione con entusiasmo finalmente».

Momenti difficili?
«Al Millennium di Brescia, quando in piscina camminavo scrutando quelle mattonelle sul fondale, sì. Andavo avanti e indietro per quella vasca senza fiducia, bloccato, mentre i miei compagni di squadra erano ai Mondiali a Courchevel. 

Hai mai avuto brutti pensieri in testa?
«È stato un pensiero veloce, ma ho pensato di non farcela e di smettere. Quando non vedi progressi fai fatica a prendere tutto con serenità e filosofia. Quello che è frustrante è che a volte non è sufficiente solo il lavoro, che per me non rappresenta un problema, è proprio necessario aspettare i tempi fisiologici per cominciare a caricare». 

Quando hai svoltato?
«Non appena ho iniziato a fare un po’ di parte alta in palestra, lì ho capito che avrei potuto farcela. Poco dopo ho anche ripreso a pedalare, era maggio e senza fare cose particolari ho mantenuto un’andatura blanda. Non sono un patito della bicicletta, mi sono però gasato solo all’idea di poter pedalare. Con Davide e Luca abbiamo ricostruito praticamente gran parte dei muscoli della gamba destra. La convalescenza mi ha fatto perdere undici chili, adesso ho recuperato quasi tutto».

Quanto è importante un professionista esterno?
«Molto, ma l’aspetto più prezioso è quando il preparatore personale si interfaccia con il collega della squadra. Hanno un ottimo rapporto e dialogano costantemente, questo mi aiuta molto. Non esistono gelosie, solo efficienza».

Inizio in salita con il problema dei punti. Che cosa è successo?
«È una follia bloccare i punti senza fare le necessarie distinzioni tra gli atleti. Il tetto per bloccare i punti è la presenza a un massimo di quindici gare, ma in questo modo è più difficile per un polivalente, rispetto a uno specialista. Per fortuna che a Ushuaia sono riuscito a infilarmi subito a ridosso dei 130 del gigante che mi ha permesso di correre a Sölden».

Un altro servizio di Giovanni Franzoni, datato 2021

Franzoni è più gigantista o velocista?
«Voglio portare avanti tutte e tre le discipline. Sono stato inserito nel team delle porte larghe con Peter Fill perché il gigante è fondamentale ed è la base di tutto. Allenarsi su più specialità non è facile, visto il livello pazzesco che c’è in Coppa del Mondo, ma non voglio tralasciare assolutamente niente. Al momento riesco a esprimermi meglio in superG e discesa, ma punto a mettermi in mostra anche nella terza specialità». 

Dove ti diverti di più?
«Prima dell’infortunio in velocità, perché mi ero allenato di più, mentre in gigante ero in ansia da prestazione. Se prendiamo la gara dell’Alta Badia, venivo da un mese in Nord America dove essenzialmente mi sono dedicato alla velocità. Non è una giustificazione, ma non può venire bene tutto e subito, ho bisogno di allenamento e di esperienza».

Hai mai avuto paura?
«Paura no, ma vedere l’Hundschopf di Wengen in ricognizione fa una bella impressione. Quel salto nel vuoto, la curva e la stradina così stretta a seguire. E poi la Stelvio di Bormio la scorsa stagione era davvero ghiacciata, in partenza non c’erano facce così rilassate». 

Avere sulle spalle l’etichetta di atleta promettente del futuro non ti pesa?
«Mi piace il fatto che tifosi e opinione pubblica mi diano la carica, trovo stimolo da chi crede in me e questo mi fa continuare a lavorare con maggiore determinazione. Tuttavia mi dà fastidio quando si pretende troppo subito, fare tre discipline a ventidue anni non è poi così scontato». 

Com’è andata la preparazione in Argentina?
«Sono riuscito a spingere fin da subito, questo adesso mi riempi di fiducia per il prosieguo della stagione. Non ho effettuato particolari test con il materiale, ci siamo concentrati sull’aspetto tecnico e nel recuperare gesto e automatismi».

Dall’esterno ci sembra di vederti in grande fiducia con i tecnici. Solo un’impressione?
«Abbiamo un rapporto che si è consolidato nel tempo, mi fido di Max (Carca, ndr), è il tecnico che mi accompagna in questa avventura dall’anno che sono stato inserito nella nazionale Juniores. Pianifica tutto al meglio, poi la sua esperienza in campo internazionale è unica». 

E Peter Fill?
«Mi ha insegnato tanto in discesa, abbiamo un rapporto particolare perché è vero che è un allenatore, ma è altrettanto vero che ha smesso da poco di gareggiare: ci capiamo al volo. I suoi consigli sono preziosissimi e il suo supporto è anche tattico, mi insegna tanti trucchi del mestiere che mi hanno permesso di progredire molto sulla scorrevolezza. Oltre a lui non bisogna certo dimenticare Riccardo Coriani, il mio fedele skiman che è anche un allenatore in aggiunta, talmente mi trovo a mio agio».

Ti affidi al mental coach?
«Vuoi la verità? Non la ritengo una figura professionale fondamentale per uno sportivo. Le vere motivazioni le capisci solo tu e devi trovare da solo la chiave: parte tutto da te».

Chi è il tuo atleta di riferimento?
«Dominik Paris senza alcun dubbio; è il più forte, il migliore. È un’opportunità enorme potermi allenare con lui, stargli vicino a osservare tutto quello che fa. Domme è disponibile nel dare consigli e pure a correggere. In Argentina ricordo quando mi ha detto di stare più indietro per galleggiare meglio e fare velocità su una neve che avevano trovato particolarmente aggressiva. Ci azzecca sempre».

Dove vuoi arrivare?
«Ogni cosa che faccio, da quando mi sveglio la mattina fino a sera, è improntata per andare il più veloce possibile sugli sci. Oggi questo sport rappresenta la mia vita, ma allo stesso tempo non mi accontento di fare la comparsa. Vivo a tutta energia la mia passione, per essere protagonista». 

La tua vittoria più importante?
«La Coppa Europa assoluta del 2022. È stata una lotta serrata fino all’ultima gara, sono arrivato stravolto al termine della stagione, ma sono riuscito a vincerla».

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