Ci sono partenze e partenze. Quella della Gran Risa in Alta Badia rimane une delle più emozionanti. Incredibile. Indescrivibile se non la vivi. Ci sono gare e gare in Coppa del Mondo, quella badiota sulla Gran Risa una fra le più sentite, quella che incute un timore reverenziale particolare. Da più di un decennio mi affaccio sulla Gran Risa per osservare i ragazzi, mettere in cascina contenuti ed idee, assaporare la magica atmosfera della partenza, vivere la tensione degli ultimi istanti prima di vedere in azione i ragazzi. Ogni volta sembra la prima volta. Silenzio assordante, profondo, penetrante, unico. Una processione al cancellato di partenza. Gambe che tremano, radio che gracchiano, ultimi consigli. Allenatori che scortano i ragazzi al cancelletto come se fosse un patibolo, skiman alle prese con gli ultimi accorgimenti, spesso scaramantici o figli di fissazioni. C’è paura, c’è speranza. C’è passione e amore, perché altrimenti molleresti il colpo. C’è lo sci. C’è l’Alta Badia e la leggendaria Gran Risa. Il bello della diretta, di esserci, di raccontarlo in prima persona, di viverlo. Quei secondi quando i ragazzi si affacciano al cancellato, puntano i bastoni, aspettano il via. Consapevoli che saranno soli all’attacco contro il destino, contro la malasorte, soli contro la forza centrifuga e il ghiaccio. Un urlo prima della partenza, un grido di incitamento prima di rimanere in solitudine divincolandosi fra le porte.