Mazzer: «I genitori pretendono sempre di più»

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Lorella Mazzer, 58 anni di Cappella Maggiore (TV), da sedici anni è presidente dello sci club Nottoli, realtà di Vittorio Veneto.

Da diversi anni sei alla guida dello sci club Nottoli, come è nata questa avventura?
«Quasi per caso, mio figlio aveva iniziato a fare agonismo nello sci club, seguendo così la grande passione di famiglia. Erano anni che mancava un coordinatore oppure una figura di riferimento, anche se l’attività andava avanti in modo importante. Così mi è stato proposto questo incarico: ero quasi restia all’inizio, ma credevo fosse utile per un periodo transitorio è ho accettato. Invece eccomi ancora qua».

Cos’è cambiato rispetto al passato?
«Molte cose non sono come una volta, soprattutto sono cambiate le pretese dei genitori. Almeno questa è la mia sensazione: è diventato, per quel che mi riguarda, difficile gestire le famiglie che esigono il risultato prima di ogni altra cosa. Ma in questo modo muore lo sci, si perde il concetto primario di educazione e cultura sportiva».

Spiegati meglio. 
«La competizione a livello dei Pulcini è ormai esasperata. I genitori vogliono tutto e subito, la classifica è rimasta l’unico parametro che giustifica l’impegno di fare agonismo. I genitori sembrano essere più attaccati ai risultati rispetto ai figli: così non va bene».

Cosa crea tutto ciò?
«Crea un mercanteggio fra sci club che illudono, promettono e prendono ragazzi dai club più piccoli. Ho saputo di allenatori che hanno telefonato a casa di alcuni nostri tesserati per portare via i figli. Siamo arrivati anche a questo».

Esiste per davvero questa lotta all’esasperazione, oppure no?
«Troppe persone oggi credono che la costruzione dell’atleta avvenga nella categoria Pulcini. E allora tutti cercano programmi di lavoro smodati, invece abbiamo a che fare ancora con giovani non formati. C’è tanta presunzione, a molti sfuggono i dati dell’abbandono all’agonismo che derivano proprio da questa impronta sbagliata. Vincere è importante, ma farlo a 10 anni non significa che tuo figlio andrà in Coppa del Mondo. Io faccio sempre l’esempio del mio, che pur essendo un buon sciatore è arrivato in Comitato e lì si è fermato. E parliamo già di un’eccellenza e di uno che si metteva in mostra. Cerco di buttare acqua sul fuoco e di gestire i più agitati, ma la maggior parte dei genitori oggi vuol sentirsi dire che suo figlio diventerà un campione. Io non lo faccio, altri su questa cosa ci lucrano».

Che cosa ti ha colpito di più?
«Due esempi. Ho sentito dei Pulcini criticare la pista dicendo che bucava e che si segnava. Scuse che noi adulti gli mettiamo in testa. È assurdo. Oppure ancora un genitore che a una gara Baby si lamentava di un errore presunto di un cronometrista dicendomi che c’era in ballo la finale del Trofeo Lattebusche. Questo è quello che oggi si sente spesso».

Qual è la ricetta del Nottoli?
«Quella più tradizionale: iscriviti, allenati e gareggia. Poi conosci, gioca e confrontati. La gara è una sintesi importante del nostro sport, ma non è tutto. Se si fa sci solo per vincere non si va da nessuna parte. L’attività che conta per davvero inizia dopo il biennio Allievi. Oggi stiamo perdendo la vera idea di far sport, il Nottoli sarà fatto alla vecchia maniera, saremo fuori dal mondo, ma noi crediamo ancora nell’aggregazione e nella crescita del gruppo. Che non vuol dire fare attività tanto per farla, ma dare il giusto peso alle cose».

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