La medaglia di Brignone, la delusione di Moelgg e il robot Shiffrin

Il punto di Daniela Ceccarelli dopo il gigante olimpico femminile

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Il podio ©Agence Zoom

 

Finalmente le donne dello sci aprono il cancelletto olimpico, ed è quello del gigante. Grande incognita è l’aggressiva neve coreana: abrasiva, cattiva con lo spigolo. La regia inquadra Mauro Sbardellotto, mio skiman, ancor prima skiman di Deborah Compagnoni, ed ora al fianco della nostra Federica Brignone… riconosco quel suo sguardo mentre accarezza con le dita le lamine dello sci a pochi minuti dal via, espressione interrogativa e consapevole al tempo stesso nell’ appurare la bontà di quello spigolo d’ acciaio, quello di cui ha bisogno Fede per condurre le sue tanto amate pieghe ma lucido e pulito per accarezzare la neve. Poi Manuela Moelgg rompe il ghiaccio, sciogliendo tutti i nostri dubbi sulla tracciatura tortuosa di Gianluca Rulfi, fatta di tornanti e variazioni improvvise di distanza che scoraggiano grandi interpreti del calibro di Tessa Worley e Victoria Rebensburg, curve implacabili che invece le nostre azzurre gestiscono senza mai lasciarsi scoraggiare dall’errore. Alla fine della prima manche è chiaro a tutti che sia stata una scelta diabolicamente azzeccata quella di Gianluca, ma siamo solo al giro di boa e la tensione è tanta, soprattutto quella disegnata sul volto della capitana Moelgg, lei che nella sua longeva carriera illuminata da 14 podi, troppe volte si è vista sfuggire di mano dei metalli pesanti, come nel 2009, quando un’inforcata le nego’ l’oro iridato… ma non c’è tempo di pensare al passato, ora c’è’ solo il presente ed una tracciatura, ad opera di Livio Magoni, che riapre la porta a clienti scomodi per le azzurre. Il sole scalda e la neve freddissima si lascia scalfire dai passaggi potenti di Rebensburg come da quelli chirurgici di Tessa Worley. Una neve che però i norvegesi sanno accarezzare e dopo la doppietta Svindal&Jansrud, arriva l’outsider d’eccellenza Mowinckel. Nulla meglio delle lacrime per raccontare un finale dolce amaro. Quelle della leonessa Manuela, consapevole di aver lasciato su gradini del muro la sua ultima vera chance olimpica… quelle di gioia di Federica per un bronzo che ad inizio stagione, ferma causa pubalgia, sarebbe sembrato impossibile… davvero una grande medaglia! E poi quelle di Mikaela Shiffrin, tanto robot in pista nella algida gestione dei dossi, dei segni, dei cambi di luce… quanto fragile davanti alla sua unica vera implacabile avversaria: lei stessa e quell’idea di perfezione che si è cucita addosso come una seconda pelle.

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