Lo staff azzurro festeggia l’impresa di Federica Brignone. Atlete, allenatori, skiman, fisioterapisti, tutti. Anche il dottor Andrea Panzeri, presidente della commissione medica della Fisi che appresa la notizia dell’infortunio di Federica Brignone è volato da Lione insieme al collega Gabriele Thiébat, per dirigersi a gran velocità a La Madonnina e intervenire subito sulla gamba sinistra di Federica Brignone. «Quando è arrivata la lastra abbiamo capito subito che era una situazione complessa – dice – Siamo tornati, abbiamo organizzato tutto in tempi rapidissimi per evitare complicazioni che avrebbero rallentato il percorso. Ho avvisato tutti quelli che volevo avere con me in sala operatoria. È stato un momento molto delicato per le tempistiche».
Ha scelto l’équipe che lo affianca da anni per questa tipologia di fratture. C’era anche Riccardo Accetta, ma erano in tanti in sala operatoria. «Tutto il nostro gruppo di lavoro abituale – aggiunge – con competenze specifiche sull’osso, sulle parti molli e sui legamenti. È un team che lavora insieme da anni e che ho voluto al mio fianco, quindi da questo punto di vista è andato tutto davvero bene. Quando l’ho vista in sala operatoria, non dagli esami ma “aperta”, la prima reazione è stata: “No, non ci posso credere”».
Pensare a un recupero del genere, non era immaginabile per nessuno, neppure per i medici che hanno seguito ogni singolo passo della campionessa valdostana. «Però conoscendo Federica, la sua caparbietà e la sua forza, diciamo che tutto è girato bene sin dall’inizio. Questo è un grande risultato. Una grande emozione».

Poi in pista ci è andata lei e il medico precisa: «Una persona normale oggi sarebbe ancora in riabilitazione. Lei ci ha messo tantissimo del suo, ma non avevamo alcun dubbio: le grandi campionesse si distinguono per testa, forza, volontà, la voglia non solo di tornare, ma di essere competitive».
Lunghi mesi di lavoro, una gestione non facile perché era necessario trovare il giusto equilibrio. «Tra quanto caricare e quanto piegare: bisognava far guarire l’osso e i legamenti, che hanno tempi diversi. E avevamo già messo in conto il secondo intervento, perché il ginocchio era rigido e non andava oltre i 90 gradi. Così non avrebbe potuto competere. Abbiamo visto che non migliorava più e abbiamo deciso insieme di procedere al secondo intervento: questa è stata la fase decisiva».
La prima operazione nella serata del 3 aprile, a poche ore dall’infortunio in Val di Fassa, poi il secondo intervento in artroscopia del 29 luglio. Federica Brignone ha iniziato subito la riabilitazione al J Medical di Torino, interrompendola per la nuova operazione. Pochi giorni di stop ed è subito ripartito il lavoro di rieducazione.
«Quella clinica ci garantiva tutto ciò che serviva, anche dal punto di vista logistico e psicologico. Radiologia interna, albergo all’interno e soprattutto persone di riferimento per lei: l’ex fisioterapista che l’ha sempre seguita, Federico Bristot, così come Marco Freschi, uno dei nostri medici storici e ancora Luca Stefanini, fratello del tecnico azzurro Paolo. Era la soluzione migliore: vicina a casa e coerente con il nostro programma».
Fermarla dopo l’Olimpiade? «Ogni atleta di questo livello richiede una gestione diversa. Può essere giusto o sbagliato, ma alcune decisioni si prendono insieme: l’atleta conosce i rischi, sa cosa vuole fare e partecipa attivamente alle scelte».
Il futuro si vedrà. Oggi è il momento dei festeggiamenti.




