©Simon Rainer

Dominik Paris è un tipo semplice, lo è anche quando racconta del suo infortunio al ginocchio dello scorso inverno, il primo serio della sua carriera. Spiega senza giri di parole che quel maledetto crociato è saltato il 21 gennaio 2020, ha fatto una risonanza che ha riscontrato la lesione, si è fatto operare e ha iniziato il lungo percorso di riabilitazione. Semplice che non significa banale, perché quando è tranquillo e a suo agio Domme affronta argomenti interessanti che vanno ben oltre le curve di una discesa. Analizza quanto sia difficile posizionare le telecamere e mandare in onda immagini realistiche che facciano capire la difficoltà di un passaggio o la velocità di transito in un punto specifico, parla delle differenze che ci sono tra la maggior parte delle gare del circuito e l’evento degli eventi. Che per uno come lui non può che essere l’Hahnenkamm Rennen di Kitzbühel, quello che si è visto sfumare proprio per il brusco stop. Sostiene che sulla Streif non è solo questione di pubblico, numeri e atmosfera, ma proprio di un mondo che viaggia su un altro parallelo. Quello che invece non accade per esempio a Lake Louise, dove sembra tutto tranne che una gara di Coppa del Mondo. 

La bolgia di appassionati dello sport e dello sci, in delirio anche per qualche birra di troppo, lo gasa quando è in pista o al traguardo si accende la luce verde sul tabellone; per il resto Domme è un tipo riservato che ama poco i riflettori e che non vede l’ora di tornarsene in Val d’Ultimo, dove ha costruito casa e vive con la sua famiglia che tiene nella sua bolla e non ne racconta dettagli. Gli si illumina il sorriso però, quando sei tu a sfiorare l’argomento solo per sentirti rispondere che in questi mesi molto diversi dalla sua normalità ha avuto il tempo di godersi la vita con la compagna Kristina e i figli Niko e Lio. «Non sono tanto abituato a rimanere a casa in famiglia, ne ho approfittato per stare con loro e ho guardato le gare di Coppa del Mondo in televisione». Ha studiato qualche piccolo particolare, ha osservato come si comportano i giovani, senza però sapere le reali condizioni della neve e della pista. E così leggere una gara di Coppa del Mondo, fissando uno schermo, diventa difficile anche per colui che a 31 anni ha collezionato 197 pettorali nel massimo circuito. Da metà gennaio in avanti Dominik Paris ha dovuto riscrivere un nuovo capitolo della sua vita, affrontando una nuova esperienza, che ha però preso con filosofia. «In fondo è solo qualcosa di rotto che poi si aggiusta, prendo le cose così come mi si sono presentate, non sono potuto tornare indietro» ha spiegato facendo capire che un crociato si può recuperare e non è in alcun modo paragonabile a qualcosa di molto più grave che lo ha travolto in passato. Non lo dice in modo esplicito, il riferimento è però all’incidente mortale del fratello René di sette anni fa. «Quella volta era stato un problema emotivo, di testa, psicologico». 

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È metà luglio quando incontriamo il vincitore della coppa di superG (2019) in un’afosa Lana. In quel paesotto a metà strada tra Bolzano e Merano, ai piedi della salita che porta nella sua Val d’Ultimo, sorge un centro sportivo di primissimo livello dove Dominik si allena tutti giorni all’alba, anche alle 7 del mattino per evitare la canicola. Silenzio, tranquillità, un verde invidiabile da molti, una pista d’atletica ben tenuta, lontano da occhi indiscreti. Un luogo amico per Domme. Quella è la sede dei suoi esercizi all’aperto, la palestra con gli attrezzi se l’è costruita in casa. Corre, salta ostacoli, spinge chili di ghisa, fa capire che la sua condizione fisica è vicina all’essere al cento per cento, pur con qualche accortezza per evitare inutili sforzi. 

Si è imposto di non voler bruciare le tappe, non ne ha mai voluto sapere di anticipare il ritorno in pista per poi riprendersi magari una pausa, ha sempre detto di voler aspettare il momento giusto. Lake Louise (nel frattempo cancellata) era cerchiata come data del rientro per ritrovare ritmo e sensazioni con un pettorale addosso, ma nella testa del carabiniere la vera stagione parte da metà dicembre in avanti. 

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Dalla Val Gardena oppure da Bormio, per provare a riprendere il volo a Wengen, Kitzbühel e Cortina d’Ampezzo. «In palestra è una cosa, sugli sci non sempre è tutto sotto controllo». Ride sotto i baffi quando spiega che anche in gara non è mai tutto sotto controllo. Ci crediamo, ci va un bel pelo ad affrontare alcuni passaggi sulle celebri piste del circus. Cerca di far tesoro degli aspetti positivi che questo infortunio in qualche modo gli ha regalato. Lui, abituato a lavorare sulla forza e l’esplosività, questa volta ha dovuto ascoltare il suo corpo in maniera diversa, concentrandosi su alcuni esercizi di precisione. «Mi ha fatto bene», anche perché ha sempre sofferto con la schiena e quest’anno invece il dolore è improvvisamente cessato. Il giorno dopo l’intervento chirurgico è iniziato il lungo percorso riabilitativo, i primi passi con le stampelle per tornare alla normalità. È stato questo il suo primo pensiero, subito dopo l’esito della risonanza magnetica. La sua assenza a Kitz invece è un dispiacere, lui fino all’ultimo ha sperato che dopo quella non caduta in allenamento a Kirchberg non ci fosse nulla di rotto. 

«Ho dovuto avere tanta pazienza, ammetto però che il cammino è filato via veloce, giorno dopo giorno ho proseguito con i miei step, così non ho faticato a tornare alla normalità». Il primo slancio verso un nuovo futuro è arrivato da un circuito che lo stesso Domme ha definito unito perché in pochi minuti ha ricevuto messaggi, sostegno e auguri da tutti i suoi avversari e da qualche pensionato. «Non me lo aspettavo, sono conosciuto da tutti, pensavo di essere tra i grandi ma non proprio così in alto». Un campione semplice, un po’ sorpreso che si è sentito abbracciato dalla grande famiglia. 

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Un campione immenso più che grande, perché di questo si tratta quando nel suo palmarès ci sono 18 vittorie in Coppa del Mondo, di cui quattro a Kitz e quattro doppiette (superG e discesa nello stesso anno) a Bormio (due volte), Kvitfjell, e Soldeu. Quei pensionati che gli hanno fatto forza, sono gli stessi che lo hanno ispirato a diventare uno dei più forti velocisti al mondo. È cresciuto prima con le prodezze di Hermann Maier, poi studiando le linee di Didier Cuche, infine con Aksel Lund Svindal: maestri della discesa e del superG. Mentre divora un piatto di pasta al circolo sportivo, non dimentica Marcel Hirscher, che descrive come uno «sciatore molto interessante perché ha spinto su dei limiti che mai nessuno è riuscito a raggiungere: l’ho sempre ammirato».

L’austriaco è stato d’esempio per il gigante, la perfezione tecnica in persona. Parola di Domme che si illumina quando si sente chiedere che cos’è per lui la discesa. «Coraggio, voglia di buttarsi a tutta e provare a spingere oltre i limiti, sfruttare la velocità e voler accelerare ancora, precisione e perfezione, dolcezza quando serve oppure gamba pesante per far andare lo sci: una disciplina che richiede tutto». 

Sbagliato pensare che in velocità servano solo peso e scorrevolezza; bisogna anche saper tirare le curve e sopportare forze immense. Il concetto di semplicità ritorna ancora una volta quando parla delle indicazioni via radio prima di una discesa: «Quasi mai mi serve sapere qualcosa: hai fatto due prove, o hai capito dove andare oppure hai perso la gara. Diverso è il superG, dove serve avere tanta fiducia». Lui ne ha parecchia in Christian Corradino, l’uomo che sa bene quali informazioni ogni atleta ha bisogno di sentirsi dire e quali comunicazioni deve filtrare. Ritmi sostenuti in velocità, ritmi alla heavy metal che non ha mai smesso di ascoltare e soprattutto di suonare, perché Dominik Paris da anni canta a gran voce con il gruppo di amici Rise Of Voltage.
La musica rock lo affascina come una discesa sulla Streif «mi regala le stesse sensazioni che mi regala lo sci. Mi fa sentire meglio, mi dà un senso di libertà» ha più volte detto nelle interviste. In un’estate così nuova e diversa dalle altre, non si è fatto mancare momenti di musica a tutto volume per lavorare a nuove canzoni e sfruttare il tempo libero a disposizione. Ritmi che questa volta ha dovuto mantenere intensi anche nella preparazione, che non ha stravolto ma che ha cercato di cambiare e migliorare, solo perché in fondo cerca sempre di tirare fuori quel qualcosa in più per crescere ancora. 

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Tra le sue passioni c’è anche l’orto di casa, non lo cura lui in prima persona, s’interessa però di quello che cresce e di cosa invece fa fatica. Due settimane al mare, con i piedi in mezzo alla sabbia, vanno bene, poi non toccategli l’aria fresca della Val d’Ultimo, dove si sente tranquillo. Meglio lì che su un ghiacciaio d’estate, è un altro tasto dolente e un’attività che proprio non digerisce, nonostante sia il suo lavoro. Domme accende il motore a metà agosto, quando di solito vola in Cile o in Argentina. Lì è inverno, lì fa freddo, lì si lavora in una certa maniera. E lì ogni anno inizia la rincorsa verso i successi. Avrebbe voluto volare anche nei mesi scorsi, ci ha sperato fino a quando la Federazione ha deciso di lasciar stare. 

Sa che insieme al suo skiman Sepp Zanon ha in mano lo sviluppo del comparto velocità di Nordica, azienda che gli mette a disposizione tutto il necessario per raggiungere i traguardi più alti. Ogni anno cercano di trovare il set-up migliore, provano nuove soluzioni, decine e decine di sci; la vittoria della coppa di superG indica che la strada è quella giusta. Ha sci e scarponi da testare, ha esperienza per trovare la combo perfetta, è consapevole che se sbaglia una linea è colpa sua. «Mica dello sci, se vado dritto a una porta, è solo colpa mia». Semplicità non scontata, una semplicità che Dominik Paris definisce come la cosa più semplice che ci sia. Sono così, questo è il mio carattere. 

Articolo tratto da Race ski magazine 160 di novembre 2020.