E venne finalmente la volta dell’Italia! Acceso in Campidoglio, a Roma, il sacro fuoco delle Olimpiadi arriva nel cuore delle Dolomiti, a Cortina d’Ampezzo. Merito soprattutto del conte Alberto Bonacossa, pattinatore e bobbista, membro del Cio, che aveva perorato la causa olimpica ampezzana fin dall’edizione del 1944, effettivamente assegnata a Cortina, ma poi annullata per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1949, ancora calde le ceneri di quel conflitto, i Giochi vennero di nuovo assegnati alla gemma dolomitica, che stavolta non mancò l’appuntamento coi cinque cerchi, battendo Montréal. Il conte, tuttavia, morto tre anni prima, non poté vedere coronato il suo sogno: grazie a un ingente stanziamento di tre miliardi di lire, Cortina fu all’altezza delle aspettative e dei nuovi scenari internazionali che si rispecchiarono sui suoi campi di gara.
Fu l’Olimpiade della televisione, con dirette, studi e commenti come mai i telespettatori italiani ebbero modo di vedere prima. Fu l’Olimpiade della storica “caduta” di Guido Caroli, ultimo tedoforo e pattinatore, che inciampò proprio in un cavo tv e ruzzolò, ma senza lasciar spegnere il fuoco di Olimpia.
Destano generale ammirazione i nuovi impianti, il palazzo del ghiaccio (anche se il pattinaggio artistico si disputa, per l’ultima volta, ancora all’aperto) e lo spettacolare trampolino del salto. Su Cortina 1956 fu girato un documentario, che per il 90% era imperniato sulle gesta di Sailer, relegando i nordici in pochi secondi di immagini.

Fa il suo esordio invernale l’Unione Sovietica, che subito primeggia nel medagliere (sette ori, tre argenti e sei bronzi), strappando al Canada il prestigioso titolo nell’hockey (2 a 0 per i russi, preparatisi in un lungo collegiale di tre mesi, nella finale per l’oro) e dando spettacolo nel pattinaggio di velocità, grazie all’allenamento in quota svolto da Evgenij Grišin (due ori) e compagni, ai 1.692 metri della pista di Medeo, sopra Alma Ata.
Sono 821 (134 donne) gli atleti che gareggiano in sei discipline e 24 gare, dal 26 gennaio al 5 febbraio 1956. Per la prima volta la Norvegia non conquista titoli nel pattinaggio di velocità.

Ma il re delle Olimpiadi è l’austriaco Toni Sailer, che vince le tre prove dello sci alpino, stabilendo un primato eguagliato solo dodici anni dopo, a Grenoble, dal francese Jean Claude Killy: nativo di Kitzbühel, ai piedi della leggendaria pista Streif, è soprannominato “freccia nera”, ed è riconoscibile dallo stile “estensione-flessione” che lui stesso inventa, coinvolgendo nella sciata tutto il corpo, senza resistenze né rigidità.
Vince il gigante, che si disputa in una sola manche, trionfa in speciale davanti al giapponese Igaya (prima medaglia nipponica della storia), domina la discesa anche grazie al fair play di Hans Senger, allenatore austriaco dell’Italia che gli presta una cinghia per bloccare lo scarpone agli sci, e sostituire così quella che gli si è rotta.

Dividerà i tre ori olimpici con i genitori: uno alla madre, uno al padre e uno per sé. Dominerà anche i Mondiali di Bad Gastein di due anni dopo (vincerà tutto, tranne lo slalom, in cui sarà secondo), prima di venire squalificato per professionismo. L’accusa? Aver accettato – tra l’altro – un anello con tre brillanti in regalo da una donna (lui che era anche un rinomato dongiovanni…), per celebrare i suoi trionfi cortinesi. Sarà poi attore per cinema e tv, ma anche guida della Nazionale austriaca cdi sci alpino. Morirà a Innsbruck nel 2009, a 74 anni.
L’Italia (65 atleti, 12 donne) onora le Olimpiadi casalinghe facendo la voce grossa nel bob, con l’oro del duo Dalla Costa-Conti e gli argenti dell’idolo locale Eugenio Monti (nel due di coppia con Alverà e nel bob a quattro). Nel fondo, la staffetta 4×10 chiude quinta (la migliore tra le centro-europee), mentre nello sci alpino si registrano i quarti posti di Giuliana Minuzzo Chenal in discesa e slalom, e i sesti di Gino Burrini e Carla Marchelli, nelle due libere.





