Avete già letto l’autobiografia di Aksel Lund Svindal?

Uno dei primi servizi internazionali della nostra rivista lo avevamo dedicato a lui. Era l’estate del 2007 e si stava riprendendo dal gravissimo incidente sulla Birds of Prey che poteva costargli non solo la carriera, ma anche la vita. Ci ha portato in giro per Oslo, ci ha invitato a pranzo, presentandoci un suo giovane amico, tal Kjetil Jansrud. Ci ha raccontato tante cose della sua vita, siamo cresciuti con lui, lo abbiamo incontrato mille volte alle gare e pensavamo di conoscerlo abbastanza bene.
Poi è arrivata la sua autobiografia e a quel punto abbiamo capito di saperne poco.
Perché Aksel Lund Svindal ha raccontato davvero la sua vita, non solo quella dello sportivo. Ci sono le vittorie e le cadute, certo, la passione per lo sci, l’adrenalina della discesa e la grande volontà per emergere, ma c’è anche un lato più intimo, a volte drammatico come i giorni della scomparsa della mamma quando era bambino, altre divertente come l’amore come Julia Mancuso che lo ha portato a bizzarri tentativi di imparare il surf alle Hawaii. Oppure gli aneddoti con Alberto Tomba, il re degli emoticon.
Ma quello che sorprende è la sua ferrea determinazione in ogni aspetto della vita, la capacità di gestirsi da solo, il legame con il papà e il fratello, i tanti interessi, la voglia di normalità.
Di autobiografie accattivanti ce ne sono parecchie, ne abbiamo lette molte e correggendo la bozze la mettiamo davvero tra le migliori. Saremo di parte, direte voi. Semplicemente è un romanzo della vita di un campione. Quei libri dove hai voglia di non fermarti quando inizi a leggerlo. Gli appassionati di sci saranno nel loro campo preferito, ma crediamo sia davvero  una bella storia per tutti. Anche, aggiungiamo, per i tanti ragazzi e ragazze che amano e sognano con lo sport.

PIÙ GRANDE DI ME
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Anche sul nostro sito all’indirizzo: mulatero.it/prodotto/aksel-lund-svindal

IL PRIMO A VALLE VINCE
Resto solo.
In testa, nessun pensiero. Là fuori non esiste niente. La pista si dispiega davanti a me. La conosco a menadito. Se chiudo gli occhi riesco a percorrerla nella mia mente. Metro per metro, curva per curva. So esattamente cosa devo fare. Tutto è stato preparato nel minimo dettaglio, provato e riprovato durante migliaia di ore d’allenamento, anno dopo anno. Mi fido ciecamente del mio corpo e della mia mente. Ho un piano. La ricognizione del percorso è stata fatta. Nella mia mente, sono già sceso un’infinità di volte.
Adesso si va in gara.
Adesso tocca a me.
Si apre il cancelletto e l’istinto prende il controllo. La memoria psicomotoria, l’equilibrio, i movimenti giusti, la sensazione di vedersi da fuori e contemporaneamente di essere presenti come mai prima.
Qui, la velocità massima raggiunge picchi di centocinquanta chilometri all’ora. Il fondo è ghiacciato. L’inclinazione dei tratti più ripidi è nettamente superiore a quella della rampa di un trampolino di salto con gli sci. Di frenare non se ne parla, fermarsi è impossibile. È come cavalcare enormi onde nell’oceano: non puoi combatterle, devi fartele amiche e giocare con loro, lasciare che siano loro a guidarti.
Percorrere la minor distanza possibile alla massima velocità.
Questa è la discesa.
Posso solo continuare a scendere. E per quanto la velocità sia alta, non mi basta mai.
Trentamila spettatori si scatenano a bordo pista, ma le loro urla non mi arrivano. Sento solo il sibilare del vento. Devo sentirlo. Mi aiuta a tenere il giusto equilibrio. Mi sussurra a quanto vado.
Ho la visione a tunnel. In novanta secondi sbatto le palpebre una volta sola. Mi concentro unicamente sulle informazioni fondamentali: tutto il resto è superfluo. Vedo solo il mondo che si apre pochi metri davanti a me, i fattori che possono influenzarmi, le ondulazioni del terreno e una linea immaginaria invisibile agli altri.
La traiettoria ideale, l’arco che mi porta a tracciare la curva più veloce possibile.
Vivo nel futuro. È la velocità a costringermi a farlo: vivo un secondo nel futuro, quaranta metri davanti al mio corpo. È lì che focalizzo tutta la mia attenzione.

La discesa è paura.
La sensazione è la stessa di quando si perde il controllo dell’auto e ci si rende conto che l’impatto è inevitabile. Il sistema nervoso fa scattare tutti gli allarmi. Il corpo è percorso da un brivido freddo e l’adrenalina pompa a mille. La discesa è un incidente in autostrada, ripetuto ancora e ancora, secondo dopo secondo, per quasi due minuti.
La discesa è un racconto con poche regole drammaturgiche. Non ci sono voti di stile: il primo a valle vince.
Forza di gravità. Forza centrifuga. Velocità. Combatto avversari vecchi quanto il pianeta terra. E in un attimo finisce tutto.
Perché taglio il traguardo.
O perché non lo raggiungo mai.

 

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