Alexander Prosch, l’arte dell’equilibrio

Il carabiniere, ex atleta, ha avuto modo di lavorare negli anni d’oro di Simoncelli e Blardone e ora segue la Coppa Europa maschile. Metodi e situazioni diverse, che richiedono capacità ed esperienza

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Alexander Prosch con Giulio Bosca @Gabriele Pezzaglia

La sua carriera agonistica è sempre stata una questione di equilibrismi, da atleta e da allenatore. Equilibrio, ecco in una parola Alexander Prosch, fra poco più di un mese quarantadue primavere, altoatesino di Maranza, oggi tecnico responsabile del gruppo Coppa Europa maschile. Da atleta del Centro Agonistico Gitschberg – Jochtal, società della bassa Pusteria, un impegno smisurato e un amore infinito verso lo sci. Alexander, Ali per tutti, è cresciuto con gli sci ai piedi, una casa a un centinaio di metri da uno skilift. «Come gran parte dei bambini altoatesini quarant’anni fa, imparavi a sciare quasi prima di camminare – racconta -. Sono sempre stato fra gli atleti più competitivi della mia zona, ma non ho mai avuto la pretesa e l’arroganza di diventare un campione affermato della squadra nazionale; oggi nel mondo degli sci club noto purtroppo una tendenza sbagliata a pretendere a priori, a giustificare tutto con il pago quindi arrivo». Prosch, oltre a essere fra gli allenatori più esperti in Italia, è anche istruttore nazionale di sci alpino. E questo ruolo lo ha sempre inteso come pura formazione. Quando aveva smesso di fare l’atleta, si era subito tuffato in questo percorso: mattinate sugli sci e pomeriggi a studiare al Passo del Tonale, sedici anni fa.

Alexander Prosch @Gabriele Pezzaglia

«Ci dimentichiamo che c’è una distinzione precisa fra agonismo e sfera della didattica – precisa -, entrambe sono necessarie e importanti per il nostro mondo. La pratica e l’esperienza che un allenatore può fare sul campo non è seconda alla capacità di insegnamento e dimostrazione di un istruttore, ma sono cose differenti». Otto anni da atleta in squadra nazionale, prima nelle giovanili fino alla squadra B fra circuito continentale e prime uscite in Coppa del Mondo in gigante e slalom.
«Gli anni con Giorgio Rocca, Giancarlo Bergamelli, Arnold Rieder, Walter Girardi, gli atleti con cui sono cresciuto». A venticinque anni la decisione di tirarsi indietro. «La mia crescita verso l’alto livello è stata compromessa da un infortunio all’occhio sinistro. Ho rischiato di perdere la vista per un tappo di champagne, da quel momento ho fatto fatica a fare il salto di qualità fra stop forzati anche per un intervento chirurgico. La Federazione mi ha aspettato, mi sono tuttavia tirato indietro da solo: è successo nel marzo 2002 in Giappone, dopo una gara in Coppa del Mondo dove ho sfiorato la qualifica ma non ce l’ho fatta».

GLI ANNI D’ORO DI SIMO E BLARDO
Le prime esperienze da allenatore con il gruppo sportivo dei Carabinieri, poi nel 2010 la chiamata con la squadra gli azzurri delle discipline tecniche. Un’occasione presa al volo, che gli ha dato la possibilità di crescere come uomo e come allenatore.
Erano gli anni di Massimiliano Blardone e Davide Simoncelli, stagioni vincenti con due atleti di assoluto riferimento mondiale. Tecnico, motivatore, organizzatore, psicologo. Di tutto perché allenare campioni così esigenti, seguire atleti di questo calibro, ti porta a un lavoro completo. Alexander lo ha sempre fatto nella maniera più professionale. Dai primi raduni estivi fino alle gare, una figura di riferimento per i ragazzi. Come ai tempi dello Gitschberg – Jochtal, dedizione totale figlia di una vocazione precisa: è in questi anni che Prosch ha formato carattere e professionalità. La gestione di Blardone e Simoncelli è stata la prova più difficile, un sistema di rapporti delicati e spesso conflittuali che ha tritato diversi professionisti. Alexander no. Eccola palese la sua dote di equilibrista: «Blardo e Simo, ovvero mors tua vita mea. Due campioni spesso in contrasto, anche se il conflitto rimaneva dettato dalla natura dello sci che rimane sport singolo per eccellenza. Con loro si è sempre cercato il massimo per allenarli nelle condizioni più performanti, organizzare con intelligenza viaggi e repentini cambi di programma, gestire riposi, metterli sempre nella condizione migliore perché loro erano i migliori». Equilibrio nei rapporti personali, un punto fondamentale per gestire personalità così forti, ma diverse allo stesso tempo. «Blardo un vulcano in continua eruzione, Simo più riflessivo ma ugualmente deciso e tagliente. Dare a uno senza togliere a un altro, impresa non sempre facile». Con Simoncelli e Blardone podi e vittorie in Coppa del Mondo con la Gran Risa di Badia e il Chuenisbärgli di Adelboden come principali teatri, anche se la medaglia iridata in gigante è arrivata con un altro campione: Manfred Moelgg nel 2013 a Schladming. «Un podio indimenticabile frutto di un lavoro mirato. Ci siamo trovati al posto giusto e al momento giusto. Manfred? Una macchina, un robot. Altro carattere e altro atteggiamento meno conflittuale, seppur sempre ben definito». Staff che cambiano, colleghi che vanno e vengono.
«Jacques Theolier mi ha dato un insegnamento importante, mi ha fatto capire che qualità e quantità non sempre vanno a braccetto. Tantomeno nell’allenamento delle eccellenze. Oggi? Luca Vuerich: affidabile, preciso e sereno».

PROSCH Alexander

COPPA EUROPA, GESTIONE DELICATA
Questa è la quarta stagione di Ali Prosch alla guida della Coppa Europa maschile: un ruolo fondamentale, tecnico di un gruppo di atleti e selezionatore per le gare. «Da una parte un team con un’organizzazione e una programmazione di allenamento avviata da primavera, dall’altra invece la gestione del quotidiano dettata da scelte precise, una giravolta fra convocazioni, promozioni, bocciature, una responsabilità che mi pone come cinghia di trasmissione fra la nazionale e l’articolata realtà di gruppi sportivi militari, Comitati regionali e società. Tutto questo in un clima spesso teso». Alexander Prosch in questi anni ha ricoperto questa figura con il giusto stile e nel rispetto delle regole.
«Distaccato quanto serve, pronto a dare opportunità che generano aspettative e quindi sogni. Una missione non facile – aggiunge Ali -, ma che dal punto di vista della formazione ti dà la medesima riconoscenza di allenare fuoriclasse. Chi si mette in mostra e non è in squadra viene premiato con una convocazione e se poi è capace di lasciare il segno viene accolto a pieno titolo nel progetto.
La Coppa Europa è una squadra in divenire che si alimenta delle concorrenze anche esterne». Ecco il trucco di Prosch per generare competizione e guardare all’alto livello. Fuori dalla Coppa del Mondo vale tutto. La storia di Alex Hofer di questa stagione è lì a dimostrarlo. Vincere una FIS per strappare la convocazione in Coppa Europa. Mettersi in mostra nel circuito continentale per meritarsi la Coppa del Mondo e soprattutto per rientrare nel giro azzurro. Ci vuole equilibrio e personalità per gestire passaggi del genere. E questi titoli, Prosch, li ha tutti.

Articolo tratto da Race ski magazine 148 di febbraio 2018. Se vuoi acquistare la copia o abbonarti visita il nostro sito.