Adriano Iliffe: «Lo sci in Cina è in piena evoluzione»

Dopo un biennio come head-coach della Nazionale cinese, Adriano Iliffe è pronto a rilanciare sino ai Giochi Olimpici di Milano-Cortina: un’esperienza professionale, e di vita, unica per il tecnico di Bardonecchia, per tante stagioni anche nel giro della Nazionale italiana.

Qual è il livello delle squadre cinesi?
«In questi due inverni ho ristretto il numero degli atleti ad una ventina: con loro abbiamo preso parte ai Mondiali di Meribel-Courchevel e a quelli Junior di St.Anton. Attualmente con i migliori siamo sui 70 punti in slalom, l’obiettivo è quello di scendere ad almeno la metà: un traguardo importante per atleti che hanno iniziato a sciare da meno di dieci anni, arrivando tutti da altre discipline sportive».

A che punto è la base del movimento, soprattutto dopo i Giochi Olimpici invernali di Pechino?
«Rimane sempre un maggiore interesse per gli sport del ghiaccio rispetto a quelli della neve, ma molto si sta muovendo. Per lo sci si è attinto, come detto, da altri sport per creare un gruppo di atleti per i Giochi di casa, mentre adesso il movimento sta crescendo sempre più dalla base, anche grazie al fatto che si stanno realizzando tante nuove stazioni sciistiche, le più recenti anche molto curate che quasi sembra di essere ad Aspen. 
Oltre agli ski-dome che in Cina sono tra i più grandi al mondo: da Harbin a Guangzhou sino a quello di Shanghai di prossima apertura, dove si potrà tranquillamente tracciare un gigante che potrebbe essere omologato per una gara Fis.

E poi ci sono sempre più giovanissimi che iniziano a sciare in Cina e al tempo stesso ho visto anche tanti bambini cinesi sciare sulle nostre Alpi. Insomma la base si sta allargando, partendo dal basso, anche perché parliamo di centri sciistici facilmente raggiungibili da milioni di persone, ma è ovvio che i primi risultati si vedranno tra pochi anni con l’arrivo delle nuove generazioni».

Ci sarà anche da lavorare sull’aspetto tecnico?
«Maestri di sci cinesi ce ne sono, manca un po’ la figura dell’allenatore perché per ora non esistono sci club come li intendiamo noi. Ho anche organizzato alcuni corsi, chiamiamoli di aggiornamento, per far crescere ancora di più la loro professionalità».

Come si articola il tuo lavoro?
«Durante la stagione sono quasi sempre in Cina (coadiuvato nel lavoro da Gabriele Della Maggesa che cura anche la parte materiali), dal momento che il sistema è diverso dal nostro. La Federazione è un po’ solo il trait d’union tra le squadre delle varie province che sono il vero fulcro dell’attività agonistica, visto che stipendiano direttamente atleti, che sono tutti civili, e allenatori, prendendo poi parte ad una serie di gare interne che culminano nei Winter Games ogni quattro anni, l’ultima volta proprio l’inverno scorso: un appuntamento che non è nel calendario Fis, ma è molto sentito anche per un montepremi ricchissimo. Quelli sono un po’ la loro Kitzbühel…
Il prossimo passo della Federazione cinese, se vorrà avere un maggiore impatto a livello internazionale e di conseguenza olimpico, sarà quello di uscire di più dai confini nazionali: prendiamo parte alle gare cinesi dalla Far East Cup, ma è molto più complicato a livello burocratico, gareggiare anche solo in Giappone o Corea e men che meno in Europa, anche solo per allenarsi».

Le potenzialità, però, ci sono tutte.
«Eccome: dai numeri della popolazione alle strutture, per non parlare degli investimenti, sia interni che all’estero con l’acquisizione di aziende che producono materiale sportivo. Con un cambio di passo si potrà arrivare a un buon livello: certo, nello sci è più difficile rispetto ad altre discipline ripetitive, manca poi la cultura dello sci che da noi è ormai secolare, ma in Cina si corre alla velocità della luce….».

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