A tutto tondo con Luca Scarian: il recupero di Brignone, i materiali, l’evoluzione dello sci e la preparazione

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Da una parte all’altra del mondo, per seguire Sofia Goggia durante la preparazione in Argentina e non solo e curare nel dettaglio anche il lavoro di rieducazione prima di Federica Brignone e poi di Marta Bassino. Luca Scarian è il preparatore atletico del gruppo élite; diversi anni di esperienza con le squadre della Fisi. Lo abbiamo incontrato alla vigilia del gigante di Kronplatz, nel giorno in cui la valdostana ha ufficializzato il suo ritorno alle gare. 

Partiamo dalla notizia del giorno, ovvero il rientro di Federica. Tu che l’hai seguita per diversi mesi, in palestra e in pista, qual è la tua impressione?
«Buona, sta prendendo lei le decisioni, si sente pronta e determinata a tornare a competere. È stata una scelta difficile, l’abbiamo definita nelle ultime ore, perché come ha detto anche Federica decidiamo giorno per giorno. Però la vedo convinta e questo è positivo».

C’è stato un momento preciso in cui avete capito che il rientro poteva essere vicino?
«Sì, quando ha rimesso gli sci e ha provato a sciare nei pali. Ha capito di non aver perso né tecnica né la voglia di andare veloce. Da lì abbiamo pensato che si potesse cominciare a ragionare in grande. Il suo recupero è sempre stato veloce in tutto, anche se è ancora un percorso lungo. Quando abbiamo inserito i tracciati e testato nelle varie specialità, ci siamo detti che ci stavamo avvicinando alla possibilità di provarci davvero». 

E poi?
«Ha parlato con lo staff e ha espresso il desiderio di fare qualche gara, perché solo lì può capire davvero come sta. Domani non sarà certo un punto di arrivo, ma una continuazione del lungo percorso di recupero».

Federica Brignone in conferenza stampa
Federica Brignone in conferenza stampa

Quando ci sono infortuni così gravi, non solo per Federica, qual è l’aspetto principale da gestire?
«Premetto che questo è stato uno degli infortuni più gravi che abbia visto. La fase chiave è stata capire ogni giorno cosa stesse succedendo nel suo corpo. Il nostro lavoro di preparatori è iniziato circa tre mesi fa; prima c’era la fase medica e fisioterapica, ma eravamo comunque aggiornati quotidianamente. Il passaggio tra fisioterapia e preparazione atletica è stato delicatissimo: abbiamo lavorato un mese tutti insieme per garantire una transizione sicura. Un altro preparatore, Giuseppe Abruzzini, ci ha aiutati mentre ero oltreoceano. C’è stato uno scambio continuo di informazioni per arrivare a gestirla in modo preciso. Questo passaggio è stato fondamentale». 

Un grande lavoro di team, tra Fisi, commissione medica e J Medical.
«Assolutamente. Il giorno stesso dell’incidente ho subito scritto a Federico (Bristot, ndr) del J Medical per cercare di portare Federica lì. Aveva già lavorato con loro e sapevo che sarebbe stato positivo. Grazie alla commissione medica e al J Medical, siamo riusciti a costruire un percorso completo. Federico l’ha seguita quasi esclusivamente per sei mesi. Noi ricevevamo aggiornamenti quotidiani e questo ci ha permesso di procedere con sicurezza. Ora Federico segue anche Marta (Bassino, ndr) , ma rimane costantemente informato su tutto». 

A proposito, come sta Marta?
«Sta lavorando al J Medical e sta procedendo discretamente bene. Bristot la scorsa settimana mi ha detto che la progressione è positiva. L’ho sentita ieri ed era tranquilla. Siamo vicini ai tre mesi, poi verranno prese decisioni più precise».

Marta Bassino ©Pentaphoto
Marta Bassino ©Pentaphoto

Torniamo su Federica. Negli ultimi anni ha lavorato molto anche su corpo e mente. Questo ha permesso di accelerare i tempi di recupero?
«Assolutamente sì. Ha raggiunto una maturità enorme: se si fosse infortunata anni fa, forse avrebbe smesso. Ha appena vissuto la sua miglior stagione, non aveva mai avuto un infortunio così grave e pensava solo a rientrare il prima possibile». 

Le hai detto qualcosa?
«Sì, che c’era tempo per rientrare e di stare tranquilla. Il recupero è stato persino più veloce del previsto, perché sentiva di poter ancora vincere e voleva riprendere quel trend da atleta di livello mondiale». 

Per te sono stati mesi davvero intensi: voli, trasferte per seguire le programmazioni differenti di Federica, Sofia e poi anche Marta che nel frattempo si era infortunata. 
«Sarei comunque sempre stato in viaggio. Quest’anno, con due infortuni e una sola atleta attiva, è stato ancora più impegnativo. Ho cercato di dare la stessa attenzione a tutte e tre nei limiti del possibile. Quando ero in America con Sofia, non potevo seguire Federica e Marta, ma avevamo un buon timing negli scambi di consegne con altri preparatori. Le atlete sanno come lavoro e mi vengono incontro. Non a caso sono tre atlete di livello élite».

Sofia Goggia ©Pentaphoto

Cambiamo argomento, ci sono giovani promettenti in arrivo. Come le vedi e qual è oggi il lavoro principale dal punto di vista atletico?
«Nelle ultime stagioni è cambiato tutto. Dieci anni fa arrivavano senza sapere cosa fosse la preparazione atletica; ora hanno già delle buone basi, metodo e una struttura fisica diversa. Merito dei progetti federali, come quello degli “Osservati”. L’evoluzione è positiva, anche se ora rischiamo quasi l’opposto: sono molto forti, ma meno mobili. Per questo stiamo tornando a lavorare sulle basi, sulla qualità del movimento, sulle fondamenta biomeccaniche. Prima si comincia a farle “camminare dritte”, meglio è».

I materiali sono sempre più performanti, piste a volte al limite, velocità crescenti. C’è una ricetta per contrastare i rischi?
«La consapevolezza. Lo sport è sempre più veloce e pericoloso; siamo al limite biomeccanico. Ci sono più infortuni che atlete attive nell’anno olimpico. Per questo bisogna lavorare sulle basi del movimento: forza, sovraccarico corretto, schemi motori puliti. Quando si entra in pista si esce dagli schemi, ma se il corpo li conosce può mantenere un minimo di ordine anche in condizioni estreme».

L’anno olimpico si prepara qualcosa di specifico?
«In una riunione tecnica di primavera, con ex atleti di Coppa del Mondo, è emerso chiaramente che non bisogna stravolgere nulla rispetto alle stagioni precedenti. Troppe aspettative generano pressione e aumentano il rischio. L’atleta deve vivere la stagione come le altre, con i suoi obiettivi annuali. L’allenatore, invece, deve fare la sua progressione di lavoro consapevole del target da raggiungere, ma senza farlo pesare all’atleta. È la strategia migliore». 

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