Tornano a casa, i Giochi invernali, in quella Francia dove, 44 anni prima erano nati. Giochi mastodontici e tecnologici, quelli voluti dal presidente della Repubblica, il generale Charles de Gaulle: costa 240 milioni di dollari l’arena a ferro di cavallo che ospita 70.000 spettatori e la cerimonia inaugurale.
E mentre l’ultimo tedoforo, l’ex campione di pattinaggio Alain Carmat, sta per accendere il tripode, gli altoparlanti diffondono nello stadio il rumore del battito del suo cuore, a enfatizzare l’emozione del momento.
Sei sono i villaggi olimpici decentrati su tutta la Val d’Isére per un’edizione dei Giochi vista – via tv a colori – da 600 milioni di telespettatori nel mondo. E sono i Giochi della rivoluzione tecnologica, con il vecchio scarpone da sci sostituito da quello in plastica, le lamine elastiche al posto di quelle continue. Il presidente del Cio Avery Brundage inasprisce la lotta al professionismo, ma vengono istituiti per la prima volta anche controlli anti-doping e test di femminilità.
I Giochi hanno anche una mascotte: si chiama Schuss e raffigura un umanoide sorridente sugli sci. Sono 1.158 gli atleti in gara (211 donne) dal 6 al 18 febbraio, in sette discipline per 35 prove complessive. Anche in quest’occasione si prova a ovviare come meglio si può alla temperatura fin troppo mite: all’Alpe d’Huez per il bob si gareggia di notte, a Grenoble per il pattinaggio di velocità all’alba.

Il protagonista assoluto è l’asso transalpino dello sci Jean Claude Killy, che vince tre ori (discesa, gigante e slalom) ed eguaglia così Toni Sailer, il dominatore di Cortina 1956. Nella storia rimane il duello con il grande rivale, Carl Schranz, nello slalom speciale: il titolo viene inizialmente assegnato a quest’ultimo, poi squalificato per il salto di una porta che lo sciatore austriaco aveva attribuito all’improvvisa apparizione di un giudice (un “uomo nero”, si disse) nella fitta nebbia lungo il percorso. La giuria gli consente quindi di ripetere la prova, in cui Schranz fa segnare il miglior tempo complessivo, salvo poi negare validità alla stessa ripetizione e attribuire così l’oro a Killy!
Il fondo torna terra di conquista per gli scandinavi: brilla la svedese Toini Gustafsson, vincitrice vincitrice sui 5 e 10 chilometri, mentre illuminano il ghiaccio del pattinaggio artistico la statunitense Peggy Fleming e i sovietici Ljudmila Belousova e Oleg Protopopov. L’hockey vede il successo dei sovietici, davanti a cecoslovacchi e canadesi. Il medagliere premia di nuovo la Norvegia (sei ori, altrettanti argenti e sette bronzi), davanti all’Unione Sovietica e alla Francia.

Ma fu l’Italia la nazione più sorprendente dei Giochi. Il primo a sorprendere il mondo intero fu il fondista trentino Franco Nones che, guidato dall’ufficiale svedese Bengt Nilsson, vinse per distacco la 30 km. Partì al comando, resistette al ritorno dei nordici, ma alla fine vinse con 50 secondi di vantaggio sul norvegese Odd Martinsen. Nones era il primo non scandinavo ad aggiudicarsi l’oro olimpico. Da allora il fondo esplose negli interessi dei media e degli appassionati italiani, pronti a cavalcare sempre la strada del vincitore.
L’altra grande sorpresa arrivò dallo slittino femminile, dove si impose Erika Lechner, dopo che furono squalificate tre slittiniste della Germania Est per aver utilizzato mezzi illeciti per far andare più veloci le loro slitte. La Lechner superò lo choc dell’uscita di pista della compagna di squadra Cristina Pabst (frattura di femore e bacino) e andò a vincere, conquistando così il primo oro azzurro nella sua disciplina.

Il tripudio più grande, però, arrivò grazie a Eugenio Monti, il “Rosso Volante”, cantato da Gianni Brera. A 40 anni, dopo un inseguimento di oltre vent’anni, Monti riuscì a coronare il sogno dell’oro olimpico, anzi ne vinse addirittura due – nel due e nel quattro -. Come spesso gli era accaduto, anche questa impresa del Rosso non fu immune da una dose di thrilling: Monti gareggiava nel due con Luciano De Paolis, e fece registrare il miglior tempo nella prima e nella quarta run, mentre gli avversari, i tedeschi Horst Floth e Pepi Bader, furono i migliori nella seconda e nella terza. Fatte le somme, i due equipaggi avevano lo stesso identico tempo. Che questo benedetto oro dovesse arrivare con un ex aequo?
Per fortuna, De Paolis si era studiato il regolamento a memoria e ricordò che, in caso di parità, l’oro si sarebbe dovuto assegnare alla squadra che avesse fatto registrare il miglior tempo in assoluto. Ed era Monti! Nella quarta discesa fece 1’10″5, 10 centesimi meglio dei tedeschi. E finalmente l’oro fu suo. Poi vinse anche nel quattro, sempre con de Paolis, e con Roberto Zandonella e Mario Armano. L’Italia era in trionfo e migliaia di bimbi presero a scendere su improvvisati bob di legno o di cartone per le strade dei paesini montani. Potenza del Rosso Volante.





