L’arte della barratura

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Non c’è gara di alto livello in cui non si parli almeno una volta di barratura. Che sia un addetto ai lavori, un atleta o un tecnico, per certo questa parola esce fuori. È lì, sempre dietro all’angolo. È un termine tecnico per chi mastica sci, è poco conosciuto dai semplici sportivi ed è di fondamentale importanza per il corretto svolgimento di determinate competizioni. In un gigante o uno slalom di Coppa del Mondo maschile la barratura è indispensabile ed è quell’operazione che permette di avere una pista dura, liscia e ghiacciata sempre, anche quando la neve fresca è caduta da poco o il caldo non ha permesso al terreno di compattarsi.

Si chiama barratura perché prende il nome da un vero e proprio tubo di acciaio che consente di iniettare acqua ad alta pressione nella neve per aumentarne il peso specifico. Una volta entrata in contatto con l’aria, inizia il processo di trasformazione, fino ad arrivare ad avere un insieme di neve e ghiaccio che permette di garantire piste più belle e soprattutto non troppo rovinate per gli atleti che si trovano a partire indietro. «Dobbiamo assicurare pari opportunità a chi gareggia, specie nella prima manche – dice Andy Varallo, presidente del comitato organizzatore – Il risultato? Lo si vede da quanti pettorali alti sono riusciti a prendere l’inversione e la qualificazione. Solo così capisci se la barratura ha funzionato, noi in Alta Badia abbiamo una media più alta in tal senso».

Non basta però disperdere acqua lungo la pista, bisogna anche rispettare dei parametri perché il manto deve raggiungere un peso specifico di 650/700 chilogrammi per metro cubo in modo uniforme e in ogni angolo della pista; deve anche avere un’altezza di almeno una quarantina di centimetri, quella necessaria per la tenuta dei pali. «Uniforme su tutta la superfice della gara, è la richiesta della Fis». L’operazione non è proprio delle più banali, richiede uomini e tanto tempo. L’Alta Badia, con la sua spettacolare Gran Risa, è una di quelle piste davvero impegnative da barrare. Per le sue pendenze e perché è uno dei giganti più belli e interessanti al mondo, insomma tutto deve essere perfetto. Oltre un chilometro di lunghezza, un dislivello di quasi 450 metri e una pendenza massima del 69%. Da barrare, da rendere un budello di ghiaccio che sarà poi scalfito dalla potenza e dalle lamine di Marcel Hirscher e di tutti gli altri atleti. Per preparare la pista servono 40 mila metri cubi di neve che viene prodotta con i 40 cannoni dell’innevamento programmato. «Noi preferiamo sparare molto bagnato, in modo che sia già vicina ai pesi specifici richiesti». Poi il lavoro delle macchine battipista, la stesura dei mucchi e il livellamento, fino ad arrivare al momento della barratura, di solito una settimana prima dell’evento, anche se i ritmi sono dettati dal meteo. Questo lavoro richiede l’impiego di numerosi uomini armati di ramponi, mantelle per proteggersi dagli schizzi. 

E di tanta pazienza e precisione perché sulla Gran Risa vengono fatti circa 4 milioni di fori per iniettare 700 mila litri di acqua. In Alta Badia ci sono 35 persone che oggi impiegano un giorno, ma che dieci anni fa barravano in due giorni abbondanti. «Dipende anche dalla pressione che riusciamo a dare – prosegue Varallo – Noi ora abbiamo tutte le tubature dell’innevamento nuove e quindi l’efficienza è aumentata. Non dimentichiamoci che va barrata anche la pista d’allenamento». La barra è un tubo d’acciaio da due pollici, lungo cinque metri e con diversi ugelli distanti circa dieci centimetri uno dall’altro. Viene appoggiata alla neve e inizia il processo di iniezione, utilizzando la giusta pressione per andare in profondità. Il resto è tutto un gioco di aria e di temperature perché l’acqua è più calda della neve, evapora dal fondo e risalendo si allarga a forma di cono bagnando l’intero manto. Quasi un’operazione chirurgica che va ripetuta svariate volte dalla partenza e fin dopo il traguardo: con la barra di solito si lavora in modo trasversale alla pista e si procede a piccoli passi: tra un’iniezione e l’altra infatti si scende di soli dieci centimetri; in questo modo si riesce a ottenere il giusto peso specifico. «Anche gli ugelli cambiano a seconda delle condizioni della neve: ci sono quelli più larghi e quelli più stretti, dipende da quanto è compatto il manto». Un lavoro nel complesso davvero impegnativo e anche curioso da osservare per chi guarda in modo sporadico la Coppa del Mondo in televisione. Solo in questo modo si ottengono certi risultati, si garantisce un certo spettacolo, anche televisivo, che in caso contrario rischierebbe di essere rovinato dopo i primi passaggi.

La barratura è talmente una normalità in Coppa del Mondo che anche le squadre nazionali devono trovare località disponibili a trattare le piste di allenamento. Barra, a volte più semplicemente con gli idranti, oppure entrambe le cose: l’importante è avere il duro sotto ai piedi, pochi segni per terra ed emulare le condizioni che si troveranno poi in gara. Piste difficile, pendii che assomigliano a budelli di ghiaccio. Quasi più facili da sciare che da affrontare in derapata, perché ogni giorno che passa diventano sempre più lucide. «Anche perché una volta che il pendio è barrato, le macchine non entrano più in pista, rovinerebbero tutto. Se nevica? Pale e lisciatori per spostare ai lati». Non siete mai entrate su una pista barrata di Coppa del Mondo? Ecco, a volte si fa fatica a stare in piedi, tanto che in alcune ricognizioni di Coppa del Mondo, il brivido parte dai piedi e raggiunge velocemente la testa. Difficile, anche per gli addetti ai lavori che rischiano di finire a terra. Anche questo spesso non si vede, ma succede. Eccome se succede, ma per fortuna i pannelli pubblicitari laterali hanno anche una sorta di funzione salvavita. 

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