Le Olimpiadi dell’organizzazione perfetta, delle ferrovie sotterranee, dell’efficienza a ogni costo, degli impianti nuovi di zecca. Con un’eccezione, non trascurabile: il tempo, che non si adegua all’atmosfera richiesta forse perché trattasi di tempo… d’importazione, non certo autoctono.
Lo determinano infatti le correnti fredde della Siberia quando s’incontrano con i monsoni caldo-umidi del Pacifico. E allora nevica, poi subito dopo splende il sole, quindi torna la bufera (con vento, nebbia e… neve “matta”), augurando buona fortuna a chi deve organizzare gare di alto livello da quelle parti, come per altro capiterà in futuro ai Mondiali di sci targati Morioka 1993 (che vedranno la cancellazione definitiva del superG maschile, evento unico) e ai Giochi di Nagano 1998, pur in altre prefetture e isole.
Montagne di neve che 3.600 uomini debbono allontanare rapidamente dalle sedi di gara e dozzine di potenti mezzi asportare dalle strade. Benvenuti a Sapporo (lo stesso parallelo di Perugia), città nipponica dell’Hokkaido, termine che letteralmente significa “Via per il mare settentrionale”, e difatti è l’isola più a nord delle quattro principali che compongono l’arcipelago giapponese. La nona città più vasta della nazione all’epoca dei fatti, importante centro industriale e la più grande a ospitare un’Olimpiade “bianca”, con quasi due milioni di abitanti.
Sommersa dalla neve, offre anche una quarta dimensione, quella sotterranea, con una fitta rete di strutture commerciali e d’intrattenimento. Dal 3 al 13 febbraio 1972 va in scena l’undicesimo capitolo del romanzo invernale a cinque cerchi, parliamo de “i Giochi del Sol Levante”, i primi al di fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti, per molti un viaggio contro natura visto che neve&ghiaccio non sono sicuramente al centro della passione e della tradizione sportiva del Paese, fin lì in grado di conquistare una sola medaglia nelle dieci edizioni precedenti: l’argento nello sci alpino con Chiharu Igaya (in slalom) a Cortina 1956.

Dopo la tripletta nel salto (sul normal hill) griffata dai tre “samurai” Yujio Kasaya, Akitsugu Konno, Seiji Aochi, oro-argento-bronzo proprio a Sapporo, la storia sarà un po’ diversa, anche se ci vorranno altri vent’anni per ritrovare il Giappone sul gradino più alto del podio (combinata nordica a squadre, Albertville 1992) e ventisei per un oro individuale (Nagano 1998).
Intanto, si presentano in 50.000 per la cerimonia inaugurale allo stadio del ghiaccio di Makomanai, con l’apertura ufficiale affidata all’imperatore Hirohito, mentre il tripode viene acceso da Hideki Takada; la scultura di Kintaro, personaggio di una tradizionale fiaba giapponese, accoglie i visitatori all’entrata del Parco Odori, sede olimpica. Le nazioni partecipanti sono 35, con 1.008 atleti di cui 44 italiani (41 uomini, tre donne). Portabandiera azzurro il bobbista romano e bi-campione olimpico Luciano De Paolis.

Ai Giochi invernali nipponici è presente anche la Corea del Nord, mentre Taiwan e Filippine sono alla prima assoluta. A dominare il medagliere è l’Unione Sovietica, con otto ori, cinque argenti e tre bronzi; gli atleti italiani conquistano un prezioso ottavo posto totale grazie a due ori (Gustav Thöni in gigante, sci alpino, e Hildgartner-Plaikner nello slittino biposto), due argenti (Gustav Thöni nello speciale vinto dallo spagnolo Ochoa, e il bob a quattro affidato dal ct Eugenio Monti al pilota Nevio De Zordo), e il bronzo di Roland Thöni, cugino di Gustav, sempre nello slalom speciale. Il dominatore dei Giochi è l’olandese Schenk, 25 anni e tre ori su quattro nel pattinaggio di velocità: il poker gli sfugge solo per un imprevedibile capitombolo.
Il Coni, Comitato olimpico nazionale italiano, decide clamorosamente di non convocare nessuna atleta donna nello sci alpino per la prima e unica volta nella storia. Una scelta folle, visto che la ricostruzione della squadra femminile è ormai in atto da tempo e le giovani azzurre stanno risalendo le classifiche internazionali. Ci si aggrappa a Gustav Thöni da Trafoi, Val Venosta, frazione di Stelvio, «poche case, tre alberghi, una chiesa, 150 abitanti sotto l’Ortles», ricorda Mario Cotelli in L’epopea della Nazionale di sci 1969-1978 , proprio dove oggi gestisce mirabilmente le proprietà di famiglia (che si estendono fino a Prato allo Stelvio), Gustav Thöni residence.

Sapporo, per lo sci alpino, significa pendii di antichi vulcani spenti come Eniwa (per la discesa) e Teineyama (per slalom e gigante), piste artificiali costruite all’interno di un Parco Nazionale sacrificando aceri e boschi di bambù, che poi però verranno… ripiantati. Gli azzurri da quelle parti, dove non è mai stata organizzata nemmeno una gara ufficiale del circuito internazionale, ci sono stati con Mario Cotelli, allora responsabile del settore maschile e vice direttore tecnico dietro Jean Vuarnet, un anno prima, nel febbraio ‘71, ma con soli quattro atleti, per le prove veloci pre-olimpiche (che però non assegnano punti) in contemporanea con le altre di Coppa del Mondo, negli Stati Uniti, proprio dove Thöni vince due giganti e uno slalom tra Sugarloaf e Heavenly Valley, ipotecando il suo primo trofeo di cristallo.
Senza quindi nemmeno “annusare” l’aria della neve nipponica. Varallo domina la pre-olimpica in discesa a Sapporo, alimentando sogni di gloria poi svaniti, almeno sul monte Eniwa. Con Schranz fuori gioco e il francese Russel, argento iridato in carica sia in gigante che in slalom, costretto al forfait per la frattura di una gamba, il campione nato nel ‘51 all’albergo Bella Vista (sotto sei metri di neve, quell’anno…), tornante numero 45 della statale per lo Stelvio, è l’atleta più atteso.

Il suo titolo olimpico in gigante, primo nello sci alpino per l’Italia a vent’anni di distanza da Zeno Colò, oro in discesa a Oslo ‘52, nasce in realtà da… una delusione, poco meno di un mese prima, nel tempio dello sci a Kitzbühel, dove il 16 gennaio 1972 Jean-Noël Augert trionfa in slalom mentre Gustav “salta” nella prima manche. Il campione azzurro aveva iniziato la stagione forzando, soffre per una botta al costato che lo limita tutto il mese di dicembre. Fa fatica, centra il primo podio a Berchtesgaden, il 23 gennaio 1972, ma il successo manca da undici mesi. Duvillard, al contrario, macina punti e guida saldamente la classifica di Coppa davanti ad Augert e Schranz.
Il 16 gennaio ‘72, dunque, si accende magicamente la lampadina nella testa di Cotelli e Vuarnet. «La Coppa è andata, Duvillard è imprendibile. Meglio allenarsi in vista di Sapporo», sentenzia il guru valtellinese. Mente, a fin di bene. Thöni ascolta in silenzio quel giorno sul Ganslern, sede storica dello slalom nel tempio dello sci in Tirolo, e non proferisce parola: ha la vittoria nel sangue, ma è ferito da un inizio di stagione diverso da quello immaginato.
Lascia il Tirolo, ridà smalto alla sua sciata a Brunico, su una pista preparata per una gara Fis prevista a metà settimana. Pensa già al Giappone. Arriva l’ordine dall’alto di non partecipare nemmeno alla discesa in calendario il sabato successivo a Wengen, per la Coppa del Mondo, poi saltata e recuperata solo a marzo, in Gardena. E Gustav in Alto Adige magicamente (ri)sorge, vincendo: una prova inutile, naturalmente, ma perfetta per riprendere fiducia nei propri mezzi.

Si presenta in Svizzera fresco e pimpante per le ultime gare tecniche del circuito maggiore prima di Sapporo, chiudendo secondo in slalom a Wengen e terzo in gigante ad Adelboden in due giorni consecutivi, 23-24 gennaio 1972. «Rosicchia 35 punti a Duvillard (che supererà a marzo, intascando il secondo trofeo di cristallo consecutivo, N.d.A.), dimezzando lo svantaggio in classifica generale. E affronta le Olimpiadi con un altro spirito», riferisce Mario Cotelli.
Gli svizzeri, in gran segreto, sono andati sui pendii nipponici per tempo, con tutta la squadra, studiando al meglio i particolari problemi derivanti dall’influenza del vicino mare e degli improvvisi cambiamenti atmosferici. E la stessa neve, secondo Di Marco, è decisamente… «svizzera, non tanto per qualità, certamente per abbondanza». Non a caso gli atleti rossocrociati domineranno le gare di alpino in Giappone: tre delle sei medaglie d’oro e sei delle complessive diciotto in palio saranno loro, con Nadig a fare la parte del leone. Nove febbraio 1972, prima chiamata a cinque cerchi per Gustav Thöni, all’epoca non ancora ventunenne. Il gigante olimpico si disputa in due giorni, il 10 febbraio è in programma la prova conclusiva. Classe, nervi freddi, tattica e un pizzico di fortuna: saranno gli ingredienti del trionfo.
Ma la strada è lunga. In Coppa sono state disputate tre gare tra le porte larghe: in Val d’Isère ha trionfato il diciannovenne norvegese Haker, al primo successo nel circuito; a Berchtesgaden il francese Rossat-Mignod, che non vincerà mai più; ad Adelboden, Werner Mattle, all’unico successo in Coppa pure lui, comunque tra i papabili per le medaglie. Ma il favorito è proprio Thöni, pur solo tredicesimo due giorni prima nella discesa olimpica vinta dal campione del mondo ‘70 in Gardena, Bernhard Russi. Monte Teineyama, 60 chilometri da Eniwa, mercoledì mattina. La pista da gigante è divisa in due parti: la prima è una picchiata ripidissima, un muro con pendenza a 36 gradi, in totale consta di 63 porte e un tracciato disegnato dall’ex parrucchiere di Ortisei ed ex tecnico azzurro (fino al 1968) Ermanno Nogler, che in Svezia ha intanto scovato un talento purissimo, assente in Giappone in quanto quindicenne: Ingemar Stenmark.

Pettorale numero 9, Gustav ascolta la radio gracchiare qualcosa sugli altri atleti. La neve è ostica: non può essere ghiacciata a due passi dal mare, ma resta comunque dura e difficile da domare: «Serve cambiare un po’ l’impostazione tecnica rispetto ai classici giganti europei», ammonisce Cotelli. E Thöni infatti ha saltato la cerimonia inaugurale cui tanto teneva, il tecnico Peccedi non ha voluto sentir ragioni: paletti su paletti, in allenamento, per testare quella coltre nuova, speciale, con i cristalli più fini della nostra. Risale il pendio del monte Teine sulla seggiovia, per la prima volta in vita sua affronta una gara con il mare così vicino. In ricognizione vede un muro davanti a sé, si sente come sulla cima di un picco, almeno per due terzi di gara. Soprattutto, si sente sicuro.
Eppure. «Eppure non è un pendio da Thöni, almeno nella seconda parte», scrive Massimo Di Marco su Sciare e in effetti nella prima manche il campione azzurro non trova mai il ritmo, concludendo il tratto più ripido alla meno peggio, tirando invece forte… sul piano, incredibilmente. Prudenza? Quella necessaria, a maggior ragione dopo l’uscita di Henri Duvillard, detto Dudu, straordinario campione polivalente di Megéve che gli contenderà la Coppa del Mondo 1971 e 1972, vincerà sei gare nel circuito, ma non brillerà mai in quelle di un giorno, causa nervi troppo tesi. Morale, dopo il primo round l’azzurro è terzo, a 0”49 dalla vetta, preceduto da Haker, norvegese classe ‘52, un anno in meno dell’altoatesino, già primo degli stranieri in un trofeo Topolino datato 1965 che vide il trionfo proprio di Gustav.
Alla piazza d’onore Hagn, un bavarese di 23 anni bravo a primeggiare, si dice, solo in allenamento. Poi Thöni, Zwilling, Tritscher, Neureuther, Rösti, Rossat-Mignod, Penz, Bruggmann. Questi i primi dieci. «Gustav come un cacciatore di cinghiali intento ad ascoltare le frasche rompersi sotto la fuga affannosa delle prede che corrono inesorabilmente incontro al suo fucile», si legge su Sport Invernali del marzo 1972.

Giovedì 10 febbraio, seconda manche. Sessantasei porte, tracciatore Paul Berlinger, tecnico svizzero, con la collaborazione decisiva di Mario Cotelli. I due fiutano la rimonta dei rispettivi atleti, si mettono d’accordo: il valtellinese suggerisce, il rosso-crociato esegue. Manche più lenta, angolata, con due porte infide, deliberatamente disegnate sopra le uniche vere lastre di ghiaccio trovate sul percorso. Haker scatta dal cancelletto ancora una volta davanti a Gustav e agli svizzeri. Thöni intanto è andato a dormire sereno, le seconde manche lo hanno sempre esaltato e il meglio in questo senso deve ancora venire.
All’apparenza anche il norvegese mostra sicurezza, ma è pur sempre un novellino alla prima stagione in Coppa del Mondo. Non segue il consiglio del suo allenatore e alla vigilia della run decisiva se ne va in giro per Sapporo, a cena in un ristorante tipico dove si abbuffa di sukiyaki. Tracciato lungo 1.130 metri, il primo tratto è sempre il più duro, il secondo è lento in pieno sole, con neve morbida. I metri di dislivello sono 402. C’è l’inversione dei primi 15 rispetto all’ordine di partenza nella prima manche.
La classifica ne risulta sconvolta. Haker apre le danze e cade sulla prima lastra di ghiaccio, senza riferimento alcuno, dopo 43” di gara, ma (si calcolerà) era già in ritardo di un secondo abbondante dall’altoatesino. Gustav libera i freni principalmente nel tratto iniziale, ripidissimo. Poi controlla, l’ardire non serve più, è in perfetta armonia tra rischio e perfezione. Hagn pensa di sapere il fatto suo. È stato spavaldo tra una manche e l’altra: «Gustav? È spacciato. Haker? Non mi fa paura». Detto, non fatto. Il tedesco sbanda nelle stesse porte fatali al norvegese e con l’undicesimo tempo parziale finisce per perdere anche il podio, solo quarto. Thöni, che con il suo naturale “passo spinta” ha sempre avuto una marcia in più degli avversari, vince la sua prima e unica medaglia d’oro olimpica.

Non la manche, che andrà allo svizzero Bruggmann, scivolatore sublime, grande fiuto nelle linee, per soli undici centesimi. Saltano anche Neureuther e Rossat-Mignod, Rösti viene squalificato, Penz arranca come tutti gli altri azzurri in gara che non si chiamino Gustav, ovvero Helmut ed Eberhard Schmalzl e Roland Thöni. Tra l’altro, due coppie di cugini a rappresentare l’Italia: un evento unico, anche se a Lillehammer ‘94 gareggeranno, in due discipline, quattro fratelli Huber. Nel computo del doppio impegno, non c’è storia: Gustav domina un gigante lunghissimo in 3’09”62, rifilando un secondo e 13 centesimi all’esperto Bruggmann, da decimo alla medaglia d’argento, e un secondo e 37 centesimi a Werner Mattle, solo undicesimo a metà gara e poi bronzo. Un trionfo italo-svizzero, dunque, studiato in parte anche a tavolino.
È la sua dolce rivincita dopo l’uscita alla quarta porta del gigante iridato in Val Gardena ‘70, anche in quel caso da favorito. La vittoria, festeggiata al quartiere italiano del Villaggio Olimpico, vale a Thöni, che al brindisi ha preferito andare a letto presto (incombe pur sempre lo slalom), la promozione da appuntato a brigadiere della Guardia di Finanza e l’eterno affetto dei giapponesi. «Ho visto Gustav alla televisione, ha fatto qualche errore, non mi è piaciuto moltissimo: però mi piace quello che porterà a casa. Metteremo la medaglia vicino alla Coppa del Mondo, le abbiamo già fatto posto», sentenzia papà Thöni dalle pagine di Sciare.
Oggi potete incontrare “l’imperatore” di Sapporo mentre porta persino la colazione ai clienti facoltosi, come un normale gestore di hotel, di proprietà della sua famiglia da generazioni e immerso nel Parco Naturale dello Stelvio. Assieme a tre figli e otto nipoti. Nel 2000 è stato nominato sportivo sudtirolese del secolo. Scorso, ovviamente.




