Andrea Chesi e Simone Deromedis ©Ufficio stampa Fisi Trentino

«Penso che sia stata la migliore stagione dello ski cross italiano». Il movimento azzurro inizia a fare sportellate con le altre nazioni. E non parliamo solo di risultati. Quelli contano certamente, ma la sensazione è che stia davvero nascendo una squadra di specialisti.
«Intendiamoci – ribadisce Bartolomeo Pala, allenatore responsabile dello ski cross – la base resta sempre lo sci alpino, anche adesso in allenamento prima c’è gigante o superG nel programma, ma il passaggio deve esserci prima possibile, dopo i 21/22 anni non sono più allenabili certi meccanismi. Ci puoi provare, ma è molto più difficile è magari rischi di essere tagliato fuori, anche se hai gareggiato sulla Streif. La direzione è questa: squadra giovane e di qualità».

Risultati si diceva. Dai Mondiali juniores siberiani, Simone Deromedis, classe 2000, si è messo al collo due medaglie d’argento, la prima arrivando secondo nella big final, battuto solo dall’austriaco Oliver Vierthaler, la seconda nella prova mista a squadre, in coppia con Andrea Chesi, lei nata nel 2003, anche qui superati solo dal team Austria. Deromedis si era messo in evidenza pure in Coppa del Mondo, sfiorando il podio in Svezia e poi con una vittoria e un terzo posto alle finali di Coppa Europa, sulla pista di casa di Passo San Pellegrino. Nella sostanza il miglior junior in circolazione. Coppa Europa che ha premiato anche Yanick Gunsch, classe 97 del Prad, secondo nella generale. E seconda in Coppa Europa ha chiuso anche Jole Galli, la livignasca dei Carabinieri che quest’anno si è buttata a tutta nello ski cross, debuttando anche in Coppa del Mondo, subito con un decimo posto e poi con un settimo.

Simone Deromedis, trentino della Val di Non che gareggia con i colori dell’Anaune, Andrea Chesi, trentina della Val Rendena tesserata per lo Sporting Campiglio, un caso?
«Direi di no – prosegue Pala -. A Passo San Pellegrino, abbiamo un po’ il nostro centro di riferimento per tutte le squadre azzurre, ma il Comitato Trentino è l’unico che ha creduto fortemente nello ski cross, allestendo anche una squadra regionale. In altri c’è interesse, come Veneto o Alto Adige, in altri ci sono località, per esempio Bardonecchia, pronte a ospitare gare, nella maggioranza dei comitati c’è qualche difficoltà in più».

Eppure lo ski cross è nel programma degli Italiani Children.
«Chiariamo subito un aspetto: è stato introdotto non per allargare la base dei praticanti dello ski cross, ma perché è importante come formazione per i giovani atleti. Nessuno vuole obbligare nessuno a fare ski cross, ma stiamo cercando di far capire che certe perplessità su questa disciplina non hanno ragion d’essere. E penso soprattutto a chi dice che sia pericoloso e a rischio infortuni. Serve conoscenza: è stato inserito come materia, anche da provare sul campo, da Roberto Manzoni e Max Carca nei corsi degli allenatori di secondo livello, noi siamo sempre pronti a dare il nostro contributo a club e stazioni che vogliono allestire una pista. Se è fatta a dovere, con la giusta gestione della velocità non ci sono pericoli particolari, o meglio ci sono gli stessi delle altre discipline, visto che le punte massime nello ski cross non sono così elevate rispetto a quanto si pensi, e al tempo stesso si acquisiscono movimenti utili anche per chi non vuole continuare. Speriamo che questi risultati, questa maggior visibilità sia di slancio per tutti. Noi siamo disponibili a dare il nostro sostegno ovunque, non solo per le Nazionali».

Ma c’è sempre un’annosa questione, lo ski cross dove lo mettiamo? Rimane nel freestyle o passa all’alpino? Perché è piuttosto distante della altre discipline sci ai piedi del freestyle, ma anche con il cugino snowboardcross ci sono tante differenze soprattutto per i tracciati. Hanno provato a gareggiare sulla stessa pista, ma non è proprio la stessa cosa. La Fis sembra pronta al grande passo, al passaggio dello ski cross nell’alpino. All’alpine ski cross. Poi crediamo che servirà fare un po’ ordine da parte della Fis su tutto il mondo dello sci alpino, perché altrimenti le discipline continuano ad aumentare e si rischia di capirci poco, se non nulla, da parte degli spettatori. Un passaggio che avverrà già nella prossima stagione e si completerà dopo i Giochi Olimpici.

Barto fa parte anche dell’advisor group della Fis. «Ci sarà e sarà fondamentale. Sarà una piccola rivoluzione a livello di punteggi: adesso siamo in due categorie diverse, puoi averli bassissimi nell’alpino, ma non valgono nel freestyle. Averli in un unico settore, ovviamente con i giusti parametri, agevolerà chi penserà anche allo ski cross. E la stessa cosa varrà per i materiali: gli sci sono gli stessi, ma sono due iscrizioni diverse tra alpino e freestyle; con una sola, ovviamente tutto sarebbe più semplice, soprattutto per i più giovani. Stesso discorso per la tuta: adesso si usa la due pezzi, nel futuro andrà bene la stessa dello sci alpino».

Insomma lo ski cross è pronto a diventare grande. Senza voler scippare niente a nessuno. Nasci facendo gigante, cresci con lo slalom e il superG, poi, se ti danno la possibilità, provi anche lo ski cross. Magari ti piace e ti diverti, e a sedici anni decidi che quella è la tua strada. Certo, tracciare una pista di ski cross non è come mettere giù un tracciato di gigante, ma se sci club e stazioni ci credono non è impossibile. In fondo stiamo parlando di una disciplina che regala medaglie olimpiche…