Innsbruck 1976, Piero Gros è più “speciale” di Gustav Thöni

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Referendum, “tomba” delle candidature moderne per i Giochi invernali, almeno sul suolo europeo. Nel 1972, pochi mesi dopo le Olimpiadi di Sapporo, la parola diviene di dominio pubblico con risvolti negativi impensabili, allora, sui cinque cerchi.

Dopo l’infinita era Brundage, durata un ventennio esatto (1952-1972), il Cio svolta: la presidenza arriva nelle mani di un irlandese dal buon temperamento nato a Londra, Michel Morris, III Barone Killanin, classe 1914, giornalista e scrittore.

L’ex “dittatore” statunitense, nel saluto di commiato, da dichiarato nemico degli sport invernali, aveva emesso il suo epitaffio a cinque cerchi: «Le Olimpiadi della neve saranno sotterrate per sempre a Denver». Sembra una barzelletta. Non andrà lontano dalla verità…

La sessantanovesima sessione del Cio del 12 settembre 1970 ha scelto infatti la città del Colorado, Stati Uniti occidentali, come sede dei Giochi “bianchi” del 1976 dopo un ultimo ballottaggio vinto su Sion e in precedenza nei confronti di Tampere/Åre, Sion e Vancouver. Ma la città, semplicemente, non li vuole.

Stenmark, Klammer, Gros e Thöni ©Pentaphoto

Si arriva all’autunno ‘72 con l’aria tesa. Nel giro di poche settimane gli eventi precipitano: i cittadini, spaventati dalle notizie che nel frattempo arrivano da Montréal, dove il costo della candidatura per le Olimpiadi estive del medesimo anno è lievitato in maniera spropositata, e seriamente preoccupati dagli impatti negativi sull’ambiente, spingono gli ecologisti a proporre un referendum fissato per il 7 novembre 1972.

Attenzione: il quesito specifico non è diretto al sì o no sulle Olimpiadi, bensì all’utilizzo di fondi pubblici per organizzarle. «Chiamiamola pure democrazia: qualche cittadino si ribella all’idea che lo Stato spenda alcuni milioni di dollari per costruire trampolini e impianti destinati “al deserto”», commenta Gian Paolo Ormezzano.

Piero Gros in trionfo il 14 febbraio 1976 a Innsbruck. Ha appena vinto l’oro olimpico in slalom davanti a Thoeni

Apriti cielo: quasi il 60% degli aventi diritto (59,4%, per l’esattezza) si schiera contro. Il 15 novembre arriva al Cio la rinuncia ufficiale. È una “prima” assoluta. Lord Killanin non si scompone. Offre la “patata bollente”, invano, a Whistler Mountain, che le sue Olimpiadi le avrà, ma come sede di gara per lo sci alpino a Vancouver nel 2010; quindi dice no a sua volta Salt Lake City, già sconfitta in anticipo alla corsa per il ‘72.

A salvare la Fiamma di Olimpia, in senso lato e non solo, giunta alla XII edizione invernale, ci pensa la richiesta (subito accolta) di Innsbruck, con l’organizzazione divenuta ufficiale nel febbraio ‘73. Richiesta ponderata al meglio potendo la città del Tirolo contare su impianti già collaudati dai Giochi ‘64, sempre mantenuti “attivi”, e sulla continua esperienza maturata nell’organizzare diverse manifestazioni sportive invernali. Viene costruito ex novo il budello ghiacciato di Igls, che per la prima volta ospiterà sia bob che slittino sulla stessa pista, ai Giochi. Unico problema, poi scongiurato, l’assenza dell’elemento primario, la neve, perdurante fino a una settimana prima della cerimonia inaugurale, quando  una copiosa fioccata dal cielo giungerà in soccorso della capitale tirolese.

Innsbruck si sveglia immersa nel sogno olimpico-bis più bella che mai, con il suo Goldenes Dachl, letteralmente il “tettuccio d’oro”, a brillare sotto la coltre bianca finalmente caduta. Sarà trionfo, pur in un’edizione spartana, organizzata senza eccessi dato il poco tempo a disposizione: un milione e trecentomila spettatori presenti, record olimpico di pubblico. Con una prova in più: la danza di coppia nel pattinaggio di figura.

La Fiamma si accende sul Bergisel per la seconda volta in dodici anni (con due calderoni, tutt’ora visibili, a ricordarlo); si torna ai livelli di partecipazione di Grenoble ‘68: oltre 1.100 gli atleti iscritti (1.123 per l’esattezza, di cui 58 italiani, 47 uomini e undici donne; portabandiera Gustav Thöni) in rappresentanza di 37 nazioni tra le quali, per la prima volta, San Marino e Andorra; 37 i titoli assegnati, in dieci specialità. Saranno le Olimpiadi del König, Franz Klammer, oro nella discesa libera maschile al termine di un epico duello con lo svizzero Bernhard Russi, di Rosi Mittermaier (due ori e un argento nell’alpino), della Germania Est, seconda nel medagliere con sette ori e 19 medaglie complessive (Urss prima con 13-6-8) e della Valanga Azzurra. Non senza polemiche legate ai materiali…

©Agence Zoom

Arrivano tutte dallo sci alpino le medaglie della spedizione italiana a Innsbruck ‘76 (quattro), tra litigi, lacrime, sorprese, tonfi inaspettati, tensione alle stelle e gloria finale, come nei migliori thrilling che si rispettino. Ma quanta fatica, che polemiche e nervi tesi. Pronti, via ed Herbert Plank agguanta un buon bronzo in discesa dietro Klammer e Russi, dopo infinite discussioni su sci e scioline italiane, nettamente in ritardo rispetto alla concorrenza su nevi molli; in gigante, specialità dove la “banda” di Peccedi si era imposta fin lì in tutte le prove di Coppa del Mondo, Thöni stravince la prima manche e poi incredibilmente si perde, ventiquattro ore dopo, sulle distanze larghe della seconda (e un pendio diverso), da campione olimpico e iridato in carica, finendo solo quarto nel giorno della doppietta svizzera Hemmi-Good, con Gros fuori, Radici settimo, Bieler ottavo.

Una delusione tremenda, sicuramente la più grande della carriera di Gustav, che per la prima volta non trattiene le lacrime e scappa via dopo il traguardo, per poi tornare sui suoi passi. Morale, si arriva a quel 14 febbraio 1976 con la Valanga Azzurra improvvisamente ridotta a… palla di neve. Nervi a fior di pelle, presagi tragici, negatività a fiumi. I giornali italiani sono disfattisti: nessuno giura sulla rivalsa nostrana, troppo cocente la débâcle tra le porte larghe. E poi il risveglio di Stenmark proprio nella gara citata, da ottavo a terzo, è un ammonimento per lo slalom: il fenomeno di Tärnaby ne ha vinti tre su cinque in Coppa (gli altri sono andati a Hinterseer e Radici).

Ingemar Stenmark, Swe.

Il favorito è proprio lui, detentore anche del titolo di specialità nel circuito maggiore. È un sabato, penultima giornata dei Giochi, festa popolare sentita e riuscita. Ultima chance per una squadra di campioni, quella italiana, in cui improvvisamente non crede più nessuno. È come se il vento fosse mutato da un secondo all’altro. Gli italiani non sono più i campioni da battere, ma i tifosi azzurri, almeno loro, annusano l’aria giusta e invadono in massa fin dall’alba l’ Axamer-Lizum, proprio la stessa pista dell’argento in slalom di Claudia Giordani e, ahinoi, teatro del gigante maschile, parte seconda. Un incubo da esorcizzare. Piero Gros da Jouvenceaux, frazione di Sauze d’Oulx, alta Val di Susa (paese, Sauze d’Oulx, di cui sarà anche sindaco, dal 1985 al 1990), classe ‘54, ragazzo alto e possente, curiosamente ribattezzato Pierino, ha conquistato la Coppa del Mondo assoluta e di gigante al termine della stagione 1973-‘74, ed è stato bronzo tra le porte larghe ai Mondiali di St. Moritz ‘74, saltando però in slalom dopo il primo posto a metà gara. Non vince nel circuito dal 19 gennaio ‘75 (Kitzbühel, in slalom: resterà il suo ultimo successo nella competizione) e nella stagione 1975-1976 ha collezionato la bellezza di nove podi con quattro piazzamenti d’onore, uno anche in combinata, senza mai trionfare, prima di Innsbruck: «Perché penso alle Olimpiadi», ripete come una litania a ogni cronista, in realtà poco convinto.

Dopo il gigante si è chiuso in un silenzio stampa prolungato con i media nostrani: «Parliamo dopo la gara, ne avremo e ne avrete di cose da dire», scrive Giorgio Viglino riportando le sue parole su La Stampa. La notte prima del trionfo non dorme, troppo grande la rabbia per l’uscita tra le porte larghe (era quinto a metà): «C ’erano state tante polemiche, sì, ma dovevamo pensare allo speciale. Siamo tornati in Italia ad allenarci, con noi anche Stenmark. Alla vigilia dello slalom niente sonno, continuavo a pensare al gigante. E a ripetermi: “Non potrò mai battere Gustav in slalom, questa volta ha l’oro in tasca”», ricorda oggi Gros.

Piero Gros con l’oro in slalom ai Giochi ’76 ©Pentaphoto

Le intense giornate di allenamento sul pendio di Brunico, «sotto la cupola gelata di Plan de Corones, i tanti pali che Oreste Peccedi fa eseguire ai quattro della squadra, Thöni, Gros, Radici e Bieler, sul ghiaccio vivo e una pendenza quasi impossibile» (da La Stampa), tornano utili all’ora giusta. Il tecnico valtellinese deve anche respingere l’assalto di un paio di ammiratrici degli azzurri, in albergo, l’ Hotel Royal. Segnali di distensione: i ragazzi giocano a carte, Bieler si ricorda lo “spariglio” e fa scopone con il Settebello. Si guarda avanti, Cotelli prova a gettare acqua sul fuoco: «Le Olimpiadi valgono come le altre gare», ripete a tutti i giornalisti. Lo credeva davvero…? Sabato mattina, 14 febbraio 1976. Tempo da lupi, un grado sotto zero, scarsa visibilità. Pista ripida, complicata, un muro di neve fresca a coprire il fondo gelato, prova «disseminata di placche ghiacciate alternate a neve gessosa, che rendono difficile la tenuta degli sci», secondo Mario Cotelli.

Duecentoventi metri di dislivello. Sessantadue porte, si rifiata solo nel breve pianetto dopo venti pali; il tracciato della prima manche (via alle 10,00), un non senso tecnico disegnato dall’austriaco Hias Leitner, è aritmico (con decima porta trabocchetto, vi usciranno in sette), realizzato per penalizzare gli attaccanti, azzurri e Stenmark in primis. Nevicherà tutto il giorno. L’ incipit è da… Halloween. Gros e Bieler non vengono nemmeno riconosciuti dagli addetti alla pista poco prima della ricognizione. Dolcetto o scherzetto? Devono farsi strada con la forza… eppure «uno spirito nuovo pervade la squadra. Tutti e quattro gli atleti in gara danno un indirizzo italiano ben marcato alla prima manche », riporta il libro ufficiale di Innsbruck ‘76.

Piero Gros con Daniela Ceccarelli, mamma di Lara Colturi ©Pentaphoto

Radici inforca dopo aver fatto segnare il miglior intermedio, Thöni scia da par suo, rischia di uscire alla fine, ma chiude secondo; Bieler, vincitore a Morzine in gigante prima dei Giochi, è quarto a nove centesimi dal bronzo virtuale, giusto davanti a Gros, freddo calcolatore, un po’ in trattenuta, pettorale numero 11, quinto a 1”25 da Willi Frommelt, 24 anni, nativo del Liechtenstein, bronzo iridato in discesa nel ‘74, il nome che nessuno si aspetta di trovare lì in alto, al primo posto. E invece c’è lui. Tanto non reggerà la pressione, risuona già il ritornello. Però è l’unico sotto il minuto… e lo spauracchio Stenmark? Solo nono, a 2”36, con due errori gravi e un “miracolo” di coordinazione tecnico-motoria per restare nel tracciato. Hinterseer, il bello e bravo austriaco, finisce fuori. «Pista difficilissima – ammette Pierino – prima manche tracciata tutta a sinistra, seconda a destra. Nevicava, non si vedeva niente, il numero 11 non mi aiutò più di tanto. Ma c’era ancora l’inversione dei 15 anche dopo metà gara (il che significa ordine di partenza al contrario, per ciascun gruppo di atleti ancora in gara, N.d.A.), scesi con il “due” nella seconda manche , subito dietro Ochoa, il campione uscente, e gli diedi 5”06 in totale, quattro secondi (3”54, N.d.A.) solo in quella manche.

Pensai: “Wow!, che roba”. Solo che mancavano ancora tutti gli altri… fu una lunga, piacevole sofferenza aspettarli al traguardo e vederli finire… dietro o fuori», conclude il piemontese. Seconda manche, ore 13,00. Traccia Oreste Peccedi, in modo intelligente, armonico. Thöni però non ha mai vinto con il disegno del suo allenatore… Sessantacinque porte. La rabbia e il desiderio di rivincita hanno la meglio, in casa azzurra, sulla paura di ripetere la prova negativa del gigante. Pierino, secondo a scendere, è subito all’attacco «diversamente dai Mondiali di St. Moritz ‘74, quando nella seconda prova era scattato con nelle gambe le remore psicologiche di chi si trova in testa sul primo tracciato», scrive Mario Cotelli; spinge da cima a fondo senza più nulla da perdere, salvandosi da un pericoloso arretramento a metà manche, surclassando tecnicamente e agonisticamente l’oro olimpico in carica, Ochoa. È potente ed equilibrato allo stesso tempo, padrone di sé. Gli animi si scaldano, «si percepisce la possibilità di una medaglia pesante».

Piero Gros ©Pentaphoto

Gros rimane in raccoglimento, in ginocchio, la testa tra le mani. Sa di aver compiuto un’impresa. Ma deve attendere. Dietro finisce anche Gustav Thöni, per 44 centesimi, pettorale numero 8, bravo, ma non perfetto come al solito, poco amante della neve che cade sulla maschera: è argento, lasciando in totale 1”12 al compagno di squadra in questa manche, pur con il secondo tempo parziale. Frommelt, che parte con 1”25 di vantaggio sul piemontese, non regge di nervi, come previsto, anche se salva almeno la medaglia di bronzo; resta l’incubo Stenmark, pur in ritardo da Gros di 1”11 al via. In stagione ha già compiuto rimonte prodigiose: sale la tensione. È capace di qualunque impresa. Pierino non ha il coraggio di guardare. Al primo intermedio Ingo “mangia” già 54 centesimi al piemontese, rischia tutto, alla disperata.

Troppo. Come sul Ronc, nel famoso parallelo del ‘75 in Gardena, contro Thöni. Gli va male ancora. Inforca, ruzzola fuori, cade nella neve, nella stagione non era mai accaduto. Mario Cotelli urla al parterre. Pierino Gros è campione olimpico in slalom speciale dopo un anno di podi senza vittorie e dopo la prova più bella della carriera, dal punto di vista tecnico e agonistico. Resterà anche l’ultima. Lo inondano di champagne, la schiuma cola sul collo, parte uno starnuto dopo l’altro. A Sauze d’Oulx già risuonano le campane a festa. Gustav è secondo, Frommelt, frenato da guai autunnali in stagione, bronzo a 0”99. Franco Bieler, che non ama troppo il ripido, si perde quando è a un passo dal completare la tripletta tricolore. Peccato. Oreste Peccedi annuncia l’addio a fine anno. Si chiude un’epoca. «Un successo che vale tutto – dice oggi il campione della Val di Susa – ma non lo metto comunque davanti alla Coppa del Mondo, che determina il più bravo nell’arco di un’intera stagione. Quella è speciale, la conquistai a 19 anni». È il primo nome di un piemontese nell’albo d’oro olimpico invernale. La vittoria di Innsbruck è anche l’ultima, come detto, nella carriera di Pierino, che scalerà ancora tanti podi, otterrà cento piazzamenti nei primi dieci, ma non riuscirà più a salire sul gradino più alto. Perché? «Un po’ per errori miei – spiega lui, da tempo brillante telecronista per Rsi, la tv della Svizzera Italiana, dopo esserlo stato anche per la Rai – un po’ per quelli dello staff tecnico e un po’ perché ci trovammo di fronte Stenmark, i gemelli Mahre, tanti altri grandi sciatori». Solo Alberto Tomba e Giuliano Razzoli, in Italia, lo imiteranno vincendo l’oro nello slalom a cinque cerchi.

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