Chi ha paura di Flavio Roda?

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Flavio Roda può arrivare primo e perdere la presidenza. Può raccogliere una maggioranza consistente, superiore a quella dei suoi avversari messi insieme, e non essere rieletto. È la particolarità delle elezioni FISI del 10 ottobre a Verona, ma anche la chiave per leggere ciò che si muove intorno al voto. E ciò che, almeno pubblicamente, rimane fermo. Al presidente uscente servono i due terzi dei voti validamente espressi: il 66,67%. Il 57,62% che gli consentì di vincere nel 2022 questa volta non basterebbe. Nel 2018 aveva ottenuto il 79,10%: fra quelle due assemblee il suo consenso elettorale si era ridotto di oltre ventuno punti. Sono percentuali dei voti ponderati del sistema federale, non dei singoli tesserati e nemmeno del numero dei club. Ma descrivono una presidenza che ha già conosciuto una contrazione del sostegno.

Adesso la soglia si alza. E apre uno spazio politico particolare: per cambiare presidente potrebbe bastare impedirgli di raggiungerla, senza riuscire a eleggere subito un’alternativa. Antonio Noris e Roberto Bortoluzzi hanno scelto di esporsi. Hanno presentato candidature, costruito proposte e cercato consensi. Chi immagina una successione dall’interno della maggioranza uscente, invece, non ha aperto la sfida. È questa distanza fra disponibilità al cambiamento ed esposizione pubblica a rendere interessante la domanda: perché Roda continua a incutere tanto timore?

Definirlo un presidente amato o poco amato non risolve il problema. Un’assemblea misura il consenso necessario a governare, non l’affetto. Il dissenso privato può essere profondo e rimanere politicamente improduttivo. Può alimentare conversazioni, critiche e aspettative senza diventare una candidatura. Soprattutto quando chi dovrebbe esporsi pensa che sia più conveniente aspettare.

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Il potere di chi conosce il sistema

Roda arriva dalle piste, la storia è arci-nota. La sua autorevolezza nasce dal lavoro di allenatore, dall’esperienza accanto ad Alberto Tomba e dentro la struttura tecnica federale. In un ambiente che attribuisce molto valore a chi ha vissuto lo sport sul campo, è un’origine che conta. Gli permette di parlare con una credibilità diversa da quella di un dirigente arrivato soltanto attraverso le assemblee o da percorsi manageriali nel mondo del business. Ma fermarsi all’immagine dell’uomo delle piste sarebbe riduttivo. Dal 2012 Roda governa – letteralmente – la federazione. Quattordici anni sono un tempo abbastanza lungo per conoscere persone, procedure e interessi; per diventare un interlocutore abituale dei comitati regionali, dei gruppi sportivi militari, degli sponsor e delle istituzioni (CONI, FIS, Governo).
La conoscenza tecnica si è sommata alla conoscenza della macchina. E la macchina federale pesa sulla vita quotidiana del movimento: programmi delle squadre, risorse, incarichi, attività territoriali, rapporti con gli organizzatori e rappresentanza internazionale. Sono competenze distribuite fra presidente, consiglio e struttura, ma la presidenza rimane il punto politico di riferimento.

È proprio il modo in cui Roda interpreta quel ruolo a raccogliere una delle critiche più insistenti: quella del presidente accentratore, del padre padrone che vuole intervenire su tutto e lascia poco spazio all’autonomia degli altri. La contestazione riguarda anche le decisioni per le quali servirebbero competenze specialistiche differenti dalla sua esperienza tecnica. Conoscere profondamente lo sci non significa poter presidiare personalmente ogni ambito di una federazione complessa.
Bortoluzzi ha posto apertamente il problema, chiedendo di restituire responsabilità e autonomia ai consiglieri. Il punto della sua critica è che un incarico dovrebbe consentire di lavorare e decidere, non soltanto di sottoporre ogni passaggio al presidente o ratificare scelte già compiute. È una contestazione politica alla gestione Roda, non un accertamento sul funzionamento di ogni singola decisione federale.
Se questa critica coglie un problema reale, le conseguenze vanno oltre il carattere del presidente. Un’organizzazione nella quale tutto deve risalire al vertice rende difficile distinguere le responsabilità, valorizzare le competenze e costruire una classe dirigente autonoma. Chi riceve una delega senza poterla esercitare non viene davvero messo alla prova. E alla fine il presidente può apparire insostituibile anche perché il sistema ha lasciato crescere poche alternative.

Qui si incontrano accentramento e successione. Più il governo della federazione coincide con una persona, più affrontare quella persona significa mettere in discussione l’intero equilibrio. Il dissenso può diventare una conversazione privata proprio perché manca uno spazio ordinario nel quale esercitare un’autonomia politica. Per chi deve organizzare attività e trovare risorse, avere un interlocutore conosciuto può comunque rappresentare una garanzia. Una parte del sostegno a Roda si spiega così. Un’altra si spiega con i risultati sportivi. Ridurre ogni consenso a timore significherebbe non capire la sua forza.

La questione cambia quando si guarda a chi vorrebbe chiudere il suo ciclo ma non si presenta. Sfidarlo significa assumersi una responsabilità pubblica, mettere insieme una squadra e sostenere un progetto anche dopo un’eventuale sconfitta. Significa dimostrare che le critiche possono diventare governo. Aspettare che non raggiunga il quorum richiede molto meno. Si può contribuire al cambiamento con il voto e decidere soltanto dopo se candidarsi, con chi allearsi, quale continuità promettere. È un incentivo politico concreto, reso particolarmente forte dalla nuova regola.

In questa lettura, la paura di Roda coincide soprattutto con il costo di affrontarlo finché può ancora vincere. Il presidente uscente dispone di esperienza, relazioni e risultati. Chi vuole sostituirlo deve esporsi contro una figura che, se riconfermata, continuerà a essere il centro del sistema. Il possibile franco tiratore vive dentro questa contraddizione. Può condividere la gestione, averne beneficiato politicamente, considerarla ormai conclusa e non voler essere identificato come colui che ha aperto lo scontro. Il voto gli offre una possibilità che una candidatura non gli darebbe: contribuire a chiudere il ciclo senza assumere prima la guida dell’alternativa.

È un’ipotesi di lettura della vigilia, non l’accertamento di una corrente clandestina. Ma aiuta a capire perché l’apparente compattezza di una maggioranza non coincida necessariamente con le intenzioni di tutti quelli che ne fanno parte.

Flavio Roda e Federica Brignone ©Pentaphoto

Che cosa succede se Roda prende il 60%

Roda prende il 60%, gli avversari si dividono il resto. È il candidato più votato, ha una maggioranza netta, ma non è rieletto. Per restare presidente deve raggiungere i due terzi dei voti validamente espressi: il 66,67%. Il 67% è una semplificazione giornalistica; allo scrutinio conta il rapporto previsto dalla norma.

La conseguenza più importante viene dopo. La legge impedisce al presidente che manca quella soglia, dopo il terzo mandato consecutivo, di ricandidarsi alle votazioni successive per lo stesso mandato. Roda non potrebbe quindi tornare davanti all’assemblea per ricomporre il consenso che gli è mancato.

Con più candidature non si procede a un ballottaggio immediato fra gli altri. Si deve indire una nuova assemblea elettiva, anche per i membri dell’organo direttivo. Presidente e consiglio uscenti rimangono in carica per l’ordinaria amministrazione e per convocarla. Noris non diventerebbe presidente perché arrivato secondo, Bortoluzzi non passerebbe automaticamente a una sfida finale e nessun vicepresidente riceverebbe la presidenza per effetto del mancato quorum.

Si aprirebbe una nuova competizione. Senza Roda sulla scheda.

Quanto durerebbe il passaggio? Bisogna distinguere la convocazione dalla celebrazione dell’assemblea. La legge richiede la convocazione immediata; lo statuto FISI prevede almeno sessanta giorni di preavviso per le assemblee elettive. Seguendo quel termine, una convocazione subito dopo il 10 ottobre porterebbe a un nuovo voto in 90 giorni, arrivando così tra dicembre e l’8 gennaio.

E qui il calendario sportivo pesa quanto quello elettorale. La stagione 2026/27 è quella dei Campionati del Mondo di sci alpino a Crans-Montana, delle discipline nordiche a Falun, dello snowboard e del freestyle a Montafon. Una larga parte del movimento FISI si prepara all’appuntamento più importante dell’inverno. Una transizione politica fra ottobre e dicembre arriverebbe mentre preparazione, trasferte e organizzazione delle squadre entrano nella fase decisiva. Proteggere la continuità operativa fino alla conclusione dei grandi eventi sarebbe pressoché indispensabile. Servirebbero responsabilità chiare, decisioni tempestive e una struttura capace di lavorare senza essere risucchiata dalla battaglia elettorale. Questo darebbe ulteriore peso alla gestione uscente. Roda resterebbe nell’ordinaria amministrazione fino alla nuova assemblea; l’eventuale successore erediterebbe una stagione già impostata, con staff al lavoro, programmi avviati e obiettivi imminenti. Anche con un nuovo presidente, una revisione profonda dell’organizzazione diventerebbe difficile prima dei Mondiali. Il richiamo alla stabilità avrebbe dunque ragioni sportive concrete, ma potrebbe diventare anche un argomento politico per conservare uomini ed equilibri. Chi chiedesse una discontinuità dovrebbe spiegare come realizzarla senza compromettere la stagione. Chi proponesse di aspettare la fine dell’inverno dovrebbe indicare quali cambiamenti intende poi attuare, evitando che la continuità diventi un rinvio senza scadenza.

La 2026/27 sarebbe così la quindicesima stagione avviata sotto la presidenza Roda, contando dal 2012/13, e porterebbe ancora largamente l’impronta della sua gestione. Non sarebbe automaticamente la sua quindicesima stagione intera da presidente: i Mondiali non sospendono il percorso elettorale e una nuova assemblea potrebbe scegliere il successore prima dei grandi appuntamenti. Ma fra cambiare il vertice e cambiare il funzionamento della federazione potrebbe passare un altro inverno.

Per chi oggi preferisce aspettare, una seconda assemblea aprirebbe condizioni politiche molto diverse. Prima ancora di chiedersi chi raccoglierebbe i voti, però, bisogna guardare a come quei voti arrivano nell’urna.
A Verona si vota in presenza. Il rappresentante di una società può portare anche le deleghe di altri affiliati, entro i limiti statutari: nella fascia fra 801 e 1.500 affiliati aventi diritto, fino a quattro deleghe aggiuntive. Atleti e tecnici, invece, non possono delegare il proprio voto.

La formula consente di rappresentare i club che non vogliono o non possono affrontare viaggio, spese e giornata di assemblea. Allo stesso tempo concentra la rappresentanza. Chi raccoglie deleghe arriva con un peso superiore a quello della propria società, tanto più in un sistema nel quale gli affiliati dispongono di quantità differenti di voti. Una realtà minore affida la propria rappresentanza a un dirigente conosciuto, a una società vicina, a un interlocutore del territorio. È una decisione formale del club, ma l’espressione del voto passa nelle mani di un’altra persona. Chi sa organizzare quella raccolta può diventare un grande elettore territoriale, capace di trattare con i candidati sulla forza dei consensi che rappresenta.

È qui che si apre lo spazio per il mercanteggiamento politico dei pacchetti di voto. Non significa dimostrare scambi illeciti: significa interrogarsi su quanto conti la scelta autonoma delle singole società e quanto il lavoro di chi raccoglie le deleghe delle realtà meno interessate ad andare a Verona. La capacità di mobilitare il territorio diventa anche capacità di concentrare il suo peso elettorale. La domanda successiva viene da sé. Perché non introdurre partecipazione e voto online, consentendo a ogni avente diritto di esprimersi direttamente? Perché la distanza, il lavoro o il costo di una trasferta devono ancora spingere un club ad affidare il proprio voto a qualcun altro?

Un sistema a distanza, costruito sul voto diretto e accompagnato dalle necessarie modifiche regolamentari, potrebbe rendere superflue le deleghe fra società. Resterebbero i diversi pesi elettorali degli affiliati, ma diminuirebbe la possibilità di concentrarli nelle mani di pochi rappresentanti. Per atleti e tecnici, che non possono delegare, significherebbe poter partecipare anche senza affrontare la trasferta.

Identificazione degli elettori, segretezza, verificabilità dello scrutinio e assistenza sono requisiti da garantire. Sono problemi da risolvere progettando il sistema. L’incontro in presenza potrebbe continuare a esistere, affiancato dalla partecipazione a distanza: il valore del confronto assembleare non richiede che l’esercizio del voto dipenda dalla possibilità di raggiungere Verona. È una domanda da rivolgere a tutti i candidati: sono disponibili a dare più autonomia elettorale a ogni club, anche se questo riducesse il peso degli interlocutori territoriali che oggi li sostengono? Perché una seconda assemblea potrebbe cambiare il presidente. Con le stesse modalità di raccolta del consenso, però, potrebbe lasciare intatti molti degli equilibri che ne hanno sostenuto il potere.

Antonio Noris

Noris corre per vincere o per aprire la successione?

Noris viene dal campo quanto Roda. Ha esperienza agonistica, è allenatore e presidente dello sci club Zanetti-Goggi. Conosce il percorso degli atleti e il lavoro quotidiano di una società: famiglie, allenamenti, trasferte, organizzazione e risorse da trovare. La differenza fra i due non è quindi quella fra un uomo dello sci e un candidato estraneo al mestiere. Riguarda il modello di federazione che propongono e il modo in cui intendono governarla.

Bortoluzzi porta invece l’esperienza di un dirigente sportivo di lungo corso, con ventisei anni alla presidenza del Comitato Veneto. Anche la sua candidatura nasce dall’interno del sistema. Conosce il rapporto fra territorio e centro federale e ha scelto di fare dell’autonomia dei consiglieri uno dei temi della propria proposta.

Sono due alternative differenti, entrambe radicate nel movimento. Devono essere valutate per la capacità di trasformare quella conoscenza in governo, oltre che per il consenso che riusciranno a sottrarre al presidente uscente.

Noris ha un programma e una squadra. Il tour elettorale ha toccato sedici tappe. Sostegno alla base, sicurezza, riduzione del peso burocratico e assistenza ai club sono contenuti riconoscibili. La sua candidatura esprime un tentativo di organizzare un’alternativa, non soltanto una protesta. Il lavoro merita di essere valutato per quello che propone. Anche perché parlare di risorse alla base significa prendere una posizione sulla distribuzione delle priorità federali. Parlare di selezione giovanile e continuità del percorso sportivo significa discutere il modello con cui si accompagnano gli atleti verso la maturità. Sono questioni che rimangono aperte indipendentemente dal risultato elettorale. Accanto a Noris c’è Stefano Maldifassi. Già candidato alla presidenza nel 2022, partecipa agli incontri, presenta le priorità operative e porta nel gruppo l’esperienza della precedente campagna. Il suo ruolo nella costruzione della proposta è pubblico.

L’etichetta di spin doctor può descrivere una lettura del suo peso politico, ma non aggiunge molto ai fatti visibili. Maldifassi è un protagonista dell’alternativa. Ha spiegato con impegni di lavoro la rinuncia alla candidatura presidenziale e oggi si presenta per il consiglio federale. Un progetto per mandare avanti Noris e subentrargli in una seconda assemblea non risulta dichiarato. Attribuirglielo come intenzione certa significherebbe andare oltre ciò che è documentato e smentire ciò che ha pubblicamente dichiarato più volte.

La domanda più interessante riguarda piuttosto il consenso di Noris. Chi lo sostiene vuole eleggere lui o vuole soprattutto impedire la rielezione di Roda? Il 10 ottobre le due intenzioni possono coincidere. Nella nuova campagna potrebbero separarsi. Un voto raccolto contro il presidente uscente non diventa automaticamente un voto disponibile per qualsiasi futuro della sua opposizione. Potrebbero emergere altre candidature, anche interne alla gestione precedente, capaci di proporsi come soluzione meno conflittuale. Una parte degli elettori potrebbe preferire una successione concordata al progetto che aveva sostenuto per fermare Roda. È qui che si colloca il rischio dell’agnello sacrificale. Noris si assume oggi il costo dell’esposizione, mentre altri potrebbero beneficiare domani delle condizioni prodotte dal suo lavoro. Aprirebbe una successione senza avere la garanzia di guidarla. Per questo la sua candidatura ha due prove da superare. La prima è elettorale. La seconda riguarda la solidità del gruppo: quanto il programma e la squadra siano capaci di tenere insieme i sostenitori anche quando non ci sarà più Roda da battere.

©Gabriele Facciotti

Longo e Bettoni, la continuità in attesa

Stefano Longo e Francesco Bettoni sono figure del vertice uscente che entrano naturalmente nel ragionamento sulla successione. Entrambi conoscono il governo federale dall’interno. Entrambi potrebbero essere considerati, sul piano politico, interlocutori di una successione che conservi parte degli equilibri esistenti. Nessuno dei due ha scelto di candidarsi contro Roda. Le candidature ufficiali sono precise: Longo corre per il consiglio federale, Bettoni per la presidenza del Collegio dei revisori dei conti. Non attestano una loro disponibilità alla presidenza in una seconda assemblea. Le voci sulla successione rimangono voci.

La loro posizione solleva comunque un problema che riguarda ogni candidatura interna. Chi ha condiviso la gestione può proporsi come il dirigente che ne conserva le parti migliori e corregge quelle meno efficaci. Deve però spiegare quali scelte abbia sostenuto, quali intenda cambiare e perché quelle correzioni non siano state introdotte prima. La continuità può avere un valore: conoscenza della struttura, affidabilità dei rapporti, capacità di evitare interruzioni. Diventa debole se si riduce alla sostituzione del presidente senza una revisione delle responsabilità e delle priorità.
Vale anche per gli eventuali dissidenti della maggioranza. Voler cambiare Roda e voler cambiare la FISI non sono necessariamente la stessa cosa. La seconda intenzione richiede un progetto sul quale sia possibile discutere prima di eleggere chi dovrà realizzarlo. Il silenzio protegge da uno scontro prematuro. Ma non produce, da solo, una proposta migliore.

Le schede bianche, il dissenso senza candidato

C’è un altro concorrente con cui Noris dovrà fare i conti: la scheda bianca. In questa assemblea avrà un peso concreto, perché lo statuto la comprende fra i voti validamente espressi per l’elezione del presidente. Entra quindi nel calcolo dei due terzi, senza attribuire consenso a nessuno. Può contribuire a fermare Roda senza rafforzare i suoi sfidanti. Per chi vuole aprire la successione ma non intende affidarla a Noris o Bortoluzzi, è una possibilità politicamente interessante. Si nega al presidente uscente il consenso necessario per essere rieletto e si rimanda la scelta del successore a una nuova assemblea, nella quale potrebbero comparire altri nomi e formarsi altre alleanze. Il voto bianco diventa così uno strumento per prendere tempo e tenersi le mani libere.

La scheda bianca potrebbe interessare anche gli eventuali franchi tiratori della maggioranza uscente. Chi ha sostenuto Roda, ma considera conclusa la sua stagione, può sottrargli consenso senza dichiarare pubblicamente la rottura e senza passare nel campo dell’opposizione. Lo scrutinio segreto protegge questa scelta. La fedeltà esibita prima dell’assemblea potrebbe non coincidere con quella espressa nell’urna. Qui torna il nodo della candidatura Noris: quanti vogliono davvero portarlo alla presidenza e quanti sperano che la sua sfida renda possibile una partita successiva? Una parte del dissenso potrebbe persino preferire la scheda bianca, contribuendo al mancato quorum di Roda senza dare allo sfidante la forza politica per rivendicarne l’eredità.

Naturalmente il bianco può esprimere anche insoddisfazione verso tutti i candidati, senza nascondere alcun disegno. Il suo eventuale peso non dimostrerebbe una regia e non permetterebbe di identificarne gli autori. Ma se risultasse decisivo, il messaggio sarebbe difficile da ignorare: una parte dell’assemblea avrebbe scelto di interrompere la presidenza Roda, lasciando ancora aperta la domanda su chi debba venire dopo.

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Il bilancio sportivo dà forza a Roda

La critica alla presidenza deve partire da un dato che gli avversari non possono aggirare: la FISI ha accompagnato una crescita consistente dei risultati olimpici. Nelle sue discipline, le medaglie sono quattro a Sochi 2014, sei a PyeongChang 2018, nove a Pechino 2022 e diciannove a Milano Cortina 2026. Ai Giochi di casa arrivano sei ori, quattro argenti e nove bronzi. Il programma olimpico si è ampliato e il confronto storico richiede attenzione. Il doppio femminile di slittino, per esempio, ha debuttato nel 2026, consegnando un oro all’Italia. Ma l’evoluzione del programma non cancella la consistenza del risultato né la sua distribuzione fra discipline.

A Milano Cortina lo sci alpino porta cinque medaglie, lo slittino quattro, lo snowboard tre, il freestyle tre, il biathlon due e il fondo due. È un medagliere che non dipende da un unico settore o da un solo campione. Anche fuori dalle Olimpiadi la gestione ha attraversato stagioni importanti. Le Coppe generali di Federica Brignone, Dorothea Wierer e Lisa Vittozzi, la continuità di Federico Pellegrino, i successi dello snowboard e dello sci alpino femminile danno sostanza alla richiesta di continuità.

Nemmeno il ricambio può essere liquidato come una promessa rinviata. Giovanni Franzoni, Simone Deromedis, Federico Tomasoni e Flora Tabanelli sono arrivati sul podio dei Giochi di casa. Il fondo ha ritrovato una staffetta da medaglia con una nuova generazione accanto a Pellegrino. Una presidenza lunga quattordici anni ha responsabilità nelle scelte tecniche, nell’organizzazione e nelle risorse assegnate. Può rivendicare di avere sostenuto il sistema che ha prodotto questi risultati.

Il merito, però, è condiviso. Passa dagli allenatori, dagli sci club, dalle famiglie, dai gruppi sportivi militari. Il presidente governa una parte decisiva del sistema, ma non ne è l’unico autore. Questa distinzione permette anche di discutere ciò che non funziona senza negare ciò che funziona. Una federazione può vincere molto al vertice e avere difficoltà nell’allargare la base. Può costruire campioni e perdere continuità territoriale. I due fenomeni non si escludono. La valutazione politica comincia proprio dalla capacità di tenerli insieme.

Flavio Roda e Michele Tacchella ©Pentaphoto

Il primo risanamento riuscì, il secondo è ancora aperto

La storia economica della presidenza ha due passaggi distinti. Il primo è un recupero riuscito. Alla fine del 2014 il patrimonio netto FISI era negativo per circa 2,92 milioni di euro. Nel 2017 era tornato positivo per circa 677 mila. Gli esercizi in utile hanno permesso di assorbire una situazione difficile e ricostituire un margine patrimoniale. La relazione del presidente al bilancio 2014 collegava una parte importante delle perdite a rettifiche di posizioni formatesi prima del 2011, descrivendo un lavoro di revisione con PwC e CONI. È la ricostruzione della presidenza, ma è documentata. Attribuire automaticamente tutto quel disavanzo alle scelte della nuova gestione sarebbe scorretto. In quegli anni si interviene anche sulla macchina amministrativa, con la centralizzazione della contabilità dei comitati e lo sviluppo degli strumenti digitali federali. Sono cambiamenti meno visibili di una vittoria in Coppa del Mondo, ma rilevanti per un’organizzazione articolata sul territorio.

Il secondo passaggio è una nuova crisi. Nel 2022 la federazione chiude con una perdita di circa 4,08 milioni e un patrimonio netto negativo per 1,93 milioni. I costi della produzione salgono da circa 38,75 a 49,06 milioni. La FISI spiega lo squilibrio anche con circa 3,52 milioni di contributi per la preparazione olimpica contabilizzati soltanto nel 2023, dopo la convenzione con Sport e Salute, mentre le spese erano già state sostenute. Lo sfasamento fra impegni e riconoscimento del finanziamento fa quindi parte della spiegazione federale. Per valutare la gestione occorre però guardare anche alla dimensione degli investimenti e alla loro copertura. Un contributo contabilizzato più tardi può spiegare una parte importante del risultato di esercizio; la pianificazione deve comunque consentire alla struttura di sostenere pagamenti e attività. I revisori del 2022 segnalano un affidamento bancario di 1,5 milioni per coprire fabbisogni e pagamenti in sofferenza, esprimendo un giudizio favorevole sulla continuità.

Nel 2023 il recupero è consistente, con circa 1,53 milioni di utile. Poi rallenta: circa 31 mila euro nel 2024 e 13 mila nel 2025. Alla fine dell’ultimo esercizio disponibile il patrimonio netto rimane negativo per circa 353 mila euro. Il piano di recupero arriva al 2028.

La gestione annuale è tornata sopra lo zero, ma il risanamento non è concluso. L’utile racconta il risultato di un anno; il patrimonio conserva gli effetti dei risultati precedenti e misura la solidità rimasta dopo averli assorbiti. Anche il piccolo avanzo del 2025 va letto nella sua composizione. Combina una perdita di circa 157 mila euro della sede centrale con un risultato positivo di circa 170 mila dei territori. Il dato complessivo è favorevole, ma descrive equilibri differenti all’interno della federazione. I revisori esprimono un parere favorevole ai conti, accompagnato da richiami agli equilibri patrimoniali e finanziari. Non emerge un giudizio di irregolarità da trasformare in accusa politica. Emerge un recupero ancora da completare, del quale dovrà occuparsi il prossimo governo federale.

Sul fronte commerciale, Roda presenta un argomento positivo. Nel 2025 pubblicità e sponsorizzazioni valgono circa 23,4 milioni di euro, il 13,3% in più rispetto al 2024. La federazione dimostra capacità di attrarre risorse. La voce comprende però anche forniture valorizzate e sponsorizzazioni individuali. Non tutto quel valore coincide con nuovi incassi disponibili nelle casse federali. La distinzione conta quando si deve capire quante risorse finanzino effettivamente le attività e quanto margine rimanga per recuperare il patrimonio. Il giudizio economico, quindi, non può essere una celebrazione del fatturato né una lettura del deficit isolata dal contesto. Roda ha guidato un primo risanamento riuscito, ha accompagnato una crescita commerciale e ha investito nella preparazione olimpica. Lascia però ancora aperto il secondo recupero.

Cause e sicurezza non possono diventare slogan

La controversia Kappa è un esempio di quanto sia facile raccontare una vicenda complessa scegliendone soltanto il passaggio più conveniente. Nella causa con BasicItalia sul diritto di prelazione, il primo grado del 2023 è favorevole all’azienda. L’appello del settembre 2024 è favorevole alla FISI. La semestrale BasicNet al 30 giugno 2026 riporta ancora pendente il ricorso in Cassazione.
La federazione ha quindi ottenuto una decisione importante a proprio favore, ma la vicenda non risulta definitivamente chiusa nello stato documentato. Non va descritta come una sconfitta finale della FISI, né come una vittoria irrevocabile. E non può essere caricata di un risarcimento definitivo che non risulta accertato.

La sicurezza richiede un confronto ancora più rigoroso. Dopo le morti di Matilde Lorenzi e Matteo Franzoso, la nota federale dell’8 ottobre riferisce l’archiviazione degli accertamenti sportivi, allo stato degli atti, e indagini dell’autorità giudiziaria ancora in corso. Per Franzoso indica anche la richiesta di un supplemento d’indagine alla Procura federale. Sono piani distinti. Lo stato comunicato della giustizia sportiva non equivale alla conclusione delle indagini dell’autorità giudiziaria. E gli elementi disponibili non accertano responsabilità personali di Roda.

La discussione politica può e deve concentrarsi sull’organizzazione della prevenzione: formazione dei tecnici, condizioni dei luoghi di allenamento, procedure, risorse e responsabilità operative. Su questi aspetti una federazione deve essere capace di spiegare come lavora e come verifica l’efficacia di ciò che introduce.

Noris propone un fondo per la sicurezza e insiste sulla necessità di costruire una cultura condivisa. La proposta va valutata anche per come verrebbe attuata: chi ne avrebbe la responsabilità, quali interventi finanzierebbe, come coinvolgerebbe club e gestori degli impianti. Vale per tutti i candidati. Un impegno generico sulla tutela degli atleti è facile da sottoscrivere. Organizzarlo e finanziarlo richiede scelte sulle quali rendere conto.

Le tessere tengono, i club diminuiscono

Il medagliere sale. Il numero dei tesserati, negli ultimi anni, molto meno.
I documenti federali riportano 82.839 tessere nel 2022/23, 83.931 nel 2023/24 e 83.603 nel 2024/25. I riepiloghi più recenti rimangono intorno a 83 mila. Dopo il recupero dalla pandemia, il movimento presenta una sostanziale stabilità.
Nello stesso periodo le società affiliate passano da 1.100 a 1.061 e poi a 1.035. I riepiloghi del 2025/26 le collocano intorno a mille. Guardando un intervallo leggermente più lungo, fra il 2021/22 e il 2024/25 le società scendono da 1.109 a 1.035, il 6,7% in meno, mentre le tessere aumentano del 2,6%.

Questo scarto suggerisce un movimento che conserva il proprio volume di tesseramento in una rete più ristretta.

Non ogni riduzione delle società corrisponde alla scomparsa di un’attività. Una fusione può rafforzare un’organizzazione, mentre la chiusura di un piccolo club può lasciare un territorio senza un riferimento. Per capire le conseguenze bisogna conoscere le ragioni delle cessazioni, le attività rimaste e la distribuzione geografica.
Ma il dato richiede una risposta. La federazione dipende anche dalla capacità dei club di organizzare, formare e conservare persone. Sono i luoghi nei quali si costruiscono le opportunità sportive, molto prima che un atleta entri in una squadra nazionale.
Il totale delle tessere, inoltre, comprende categorie differenti: atleti di ogni età, tecnici, dirigenti e altri tesserati. Le 83 mila tessere non sono altrettanti agonisti e non misurano, da sole, l’attività effettiva.

Per valutare la base servono informazioni più precise: quanti gareggiano, in quali discipline, con quale continuità; quanti ragazzi rimangono dopo le categorie giovanili; quanti adulti entrano; quali club riescono a offrire un percorso e quali fanno fatica a sostenerlo.
Sono dati che cambiano anche il senso delle promesse elettorali. Aumentare le tessere può essere utile, ma ha un significato diverso se significa coinvolgere nuovi atleti, recuperare soci già presenti nei club o vendere un prodotto associativo legato a servizi e convenzioni. Ogni obiettivo deve dichiarare che cosa vuole far crescere.

Lo sci ha un problema dopo l’adolescenza

Per lo sci alpino la questione più profonda riguarda ciò che succede quando termina il percorso giovanile. Un ragazzo può avere investito anni in allenamenti e gare, poi non entrare nelle nazionali, andare all’università o cominciare a lavorare. Se vuole continuare a fare sport, quale offerta trova? Quanto è accessibile? Con chi si allena? Dove gareggia? Come combina quell’attività con una vita adulta?

Master, gare cittadini e attività universitaria esistono. Ma si tratta realmente di una nicchia infinitesimale rispetto alla mole di numeri che muove l’attività giovanile. La domanda riguarda quanto riescano a diventare un percorso diffuso e continuativo, capace anche di accogliere chi comincia più tardi o torna dopo un’interruzione.
Una federazione che organizza soltanto la progressiva selezione dei più forti rischia di considerare tutti gli altri come persone uscite dal percorso. In molti sport, invece, l’età adulta è una parte centrale della vita agonistica. Si gareggia per migliorare, per confrontarsi, per appartenere a un gruppo. Il valore della partecipazione non dipende dalla possibilità di diventare professionisti.

Il turismo della neve non permette di misurare questa dimensione. Andare a sciare sta allo sci agonistico come andare in spiaggia sta al nuoto. La frequentazione ricreativa ha un valore sportivo ed economico, ma non ci dice quante persone appartengano a un’attività organizzata di allenamenti e competizioni.

Il confronto con altre discipline offre indicazioni interessanti, purché si usino numeri con il loro significato.

Nel rapporto FITP 2022, le tessere agonistiche del solo tennis sono 125.745. Le fasce dai diciannove anni in su rappresentano circa il 69,72%: circa 87.700 tessere agonistiche adulte. È un dato che dimostra quanto la pratica competitiva possa continuare oltre la formazione giovanile.

Nel 2024 la FIDAL conta 124.688 tesserati nelle categorie promesse, senior e master, tutte dai vent’anni in su. I soli master sono 101.921. Nel calcolo non rientrano qui le Runcard e sono esclusi gli juniores, perché la categoria comprende diciottenni e diciannovenni. Il numero descrive quindi una parte definita del tesseramento adulto, non una stima generica degli italiani che corrono.

Nel ciclismo la FCI riporta 35.825 tessere nel raggruppamento Master nel 2024. Per isolare precisamente chi ha più di diciotto anni bisogna riconciliare il raggruppamento con le categorie Junior Sport di diciassette e diciotto anni. Il dato non comprende il movimento degli enti di promozione sportiva e va distinto dai cicloturisti.

Nel golf, l’elaborazione del file federale 2024, eliminando le ripetizioni dei numeri di tessera, restituisce 84.759 identificativi unici oltre i diciotto anni. Di questi, 71.869 hanno la classificazione HCP. L’handicap indica una posizione nel sistema del gioco, ma non prova da solo almeno una partecipazione agonistica nell’anno.

Per il triathlon, il report di sostenibilità presentato da FITRI e Sapienza indica 28.370 tesserati complessivi nel 2024. Quel totale non permette di isolare qui gli adulti agonisti. Anche le tessere giornaliere richiedono attenzione: una stessa persona può partecipare a più eventi e non va contata più volte come nuovo praticante.

Sono indicatori diversi. Non possono diventare una graduatoria nella quale confrontare le 83 mila tessere FISI con tutti gli iscritti delle altre federazioni. E nemmeno una tessera agonistica dimostra che il titolare abbia gareggiato durante la stagione.

La misura che interessa davvero è più precisa: persone uniche oltre i diciotto anni, tesserate, con l’idoneità medica richiesta e almeno una partecipazione effettiva alle competizioni. Nei documenti FISI esaminati manca una serie nazionale omogenea di questo tipo, distinta per disciplina. Perciò l’affermazione che lo sport adulto nello sci sia ridotto a numeri marginali va quantificata fino in fondo. La mancanza di quel conteggio, però, non elimina la domanda sul modello sportivo. La rende ancora più importante.

La politica federale dovrebbe interrogarsi sulla continuità dopo l’adolescenza e sull’ingresso di nuovi adulti. Circuiti compatibili con studio e lavoro, accesso agli allenamenti, formule sostenibili per i club e calendari leggibili possono dare valore a un’attività che non abbia il professionismo come unica destinazione. Lo sci ha difficoltà proprie: impianti, costi, trasferte e stagionalità. È più complicato organizzarlo rispetto a sport praticabili vicino a casa tutto l’anno. Queste condizioni spiegano una parte del problema, ma indicano anche dove una federazione dovrebbe concentrare il lavoro.

Conservare un atleta adulto significa conservare una relazione con un club, un calendario, una comunità. Può voler dire mantenere persone che in seguito diventeranno organizzatori, tecnici o dirigenti. Perderle dopo il percorso giovanile impoverisce il movimento anche oltre il numero dei pettorali.

Antonio Noris, Flavio Roda, Roberto Bortoluzzi
Antonio Noris, Flavio Roda, Roberto Bortoluzzi

Tre candidati e una questione manageriale

Roda ha 78 anni, Bortoluzzi 77 e Noris 67. Il problema non si risolve discutendo l’età come se fosse una misura automatica delle capacità. Esperienza e conoscenza del sistema possono anche essere risorse decisive. Il punto è che una proposta di rinnovamento deve spiegare anche chi lavorerà accanto al presidente e con quali responsabilità. Una federazione complessa non può affidare ogni obiettivo di sviluppo alla disponibilità personale di chi la guida.

La FISI dispone già di una segreteria generale, affidata a Loretta Piroia, e di una struttura amministrativa. La questione riguarda autonomia, deleghe, competenze e obiettivi assegnati alle diverse funzioni.
Chi risponde della permanenza degli atleti dopo i diciotto anni? Chi costruisce servizi condivisi per i club? Chi sviluppa nuovi circuiti? Chi misura l’effetto degli investimenti sulla partecipazione? Quanto budget può gestire e quali risultati deve presentare al consiglio?
Una responsabilità operativa riconoscibile permette di capire se un progetto funziona e dove si è fermato. Evita che ogni problema debba essere risolto attraverso un nuovo passaggio dal presidente e ogni risultato venga attribuito soltanto a lui.

La successione è soltanto l’inizio

Roda arriva a Verona con una forza che nasce da risultati reali. Ha accompagnato una crescita sportiva importante, guidato un primo recupero patrimoniale e sostenuto una capacità commerciale consistente. Dispone della conoscenza di un sistema che governa da quattordici anni. Nello stesso bilancio ci sono una seconda crisi economica ancora da assorbire, una rete di club che si assottiglia e un tesseramento sostanzialmente stabile negli ultimi anni. C’è una questione aperta sullo sport adulto e sulla capacità di offrire attività a chi non prosegue verso il professionismo.

Questa combinazione spiega perché sia difficile sfidarlo in modo convincente. Gli avversari devono riconoscere ciò che funziona e proporre cambiamenti abbastanza precisi da non sembrare soltanto una redistribuzione delle cariche.
Noris e Bortoluzzi si sono assunti questa responsabilità. Chi aspetta una seconda assemblea dovrà farlo se e quando uscirà allo scoperto. La conoscenza della federazione sarà un argomento a favore, ma anche una ragione in più per chiedergli conto delle scelte condivise.

Il 10 ottobre misurerà il consenso di Roda rispetto a una soglia nuova. Se non raggiungerà i due terzi, renderà visibili anche differenze che oggi possono rimanere coperte: fra chi vuole Noris e chi vuole soltanto fermare il presidente; fra chi propone una discontinuità e chi immagina una successione interna; fra chi ha un progetto e chi aspetta di capire dove si formerà la maggioranza.

La paura di esporsi potrebbe finire rapidamente quando Roda non sarà più sulla scheda. Non sarà ancora la prova che il movimento abbia trovato una risposta ai propri problemi.
Quella arriverà quando uno sciatore di venticinque anni, uscito dal percorso giovanile, potrà continuare ad allenarsi e gareggiare con una spesa sostenibile e un club capace di offrirgli attività. Quando le risorse della federazione produrranno risultati leggibili anche lontano dalle nazionali. Quando il successo dei campioni aiuterà a costruire una comunità sportiva più ampia. Perché il consenso necessario a eleggere un presidente si conta in assemblea. La forza di una federazione si vede anche da quante persone trovano una ragione per restarci.

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