Luca De Aliprandini ©Agence Zoom

Fino a qualche anno fa il gigante dell’Alta Badia era terreno di caccia della nazionale italiana. La Gran Risa era la pista che esaltava le qualità dei nostri azzurri. Era quella dei molteplici successi di Massimiliano Blardone, Davide Simoncelli e ancora di Richard Pramotton. Era il pendio delle doppiette azzurre (2005 e 2009) e addirittura della storica tripletta del 1986, quando Pramotton vinse davanti a Tomba e a Oswald Totsch. Ora il gigante dell’Alta Badia è diventato l’appuntamento che conferma lo stato di salute della nostra nazionale. Il giorno dell’esame, dei promossi e dei bocciati. Tolto il podio del salvataggio, firmato Florian Eisath e datato 2016, si parla ancora di bocciatura. E di nessun azzurro nei primi quindici. Nel gigante di casa. Davanti ai tifosi italiani.

Nelle ultime stagioni sulla panchina della nazionale italiana si sono susseguiti diversi tecnici. Steve Locher che non ha neppure mangiato il panettone, Max Carca che si prese il gruppo dopo l’esonero del tecnico elvetico, Devid Salvadori (con responsabilità del gruppo di Stefano Costazza), Alessandro Serra mandato a casa a fine stagione e ora Roberto Saracco (con responsabilità del gruppo di Roberto Lorenzi). Non entriamo nel merito delle scelte federali, dei progetti e delle linee guida. Possiamo per certo dire che per tutti non è bene cambiare con questa frequenza. Gli atleti di tutti i livelli hanno bisogno di fiducia e di punti di riferimento. Spesso però tutta la colpa è stata addossata agli allenatori, un po’ come succede nel calcio. Il problema forse non sono loro, sono tutti stimati tecnici che a svariati livelli hanno ottenuto risultati di rilievo. Per carità, gli atleti possono avere più feeling con un tecnico piuttosto che con un altro. Ci sta, è normale. 

Arrivati a questo punto però, forse è ora di mettere in discussione gli atleti. I tempi di Simoncelli e Blardone sono finiti da un pezzo. Manfred Moelgg il suo lo ha fatto. Con oltre 300 pettorali di Coppa del Mondo in bacheca, l’Italia non può continuare a sperare e ad affidarsi solo alla sua esperienza, alla sua cattiveria e ai suoi piedi. L’atteggiamento del marebbano è da apprezzare e da prendere a esempio, ma all’età di 37 anni non può continuare ad avere tutta la responsabilità, anche perché dopo le dichiarazioni di oggi («Forse è stata la mia ultima Gran Risa») il suo ritiro pare avvicinarsi. Dietro, i giovani fanno fatica e non si qualificano. In queste ultime uscite va però messo in risalto un più che discreto Hannes Zingerle, che oggi forse ha sprecato una ghiotta occasione perché nella seconda manche partendo tra i primi avrebbe potuto scalare la classifica e fare punti importanti per abbassare il pettorale di partenza. Poi fine. 

Manfred Moelgg ©Pentaphoto

In casa Italia il piatto del gigante continua a piangere e al momento grandi vie di uscita non ce ne sono. In slalom la situazione è diversa. Stefano Gross è tornato a graffiare, siamo sicuri che Manfred, al di là delle future decisioni, troverà ancora lo spunto vincente, poi c’è Alex Vinatzer che promette bene e si affaccia lì davanti. L’Italia del gigante invece fatica a trovare un giovane che inizi ad assaporare le prime posizioni, magari anche solo per una gara azzeccata o per un’inversione fortunata. 

Hannes Zingerle ©Pentaphoto

Oggi in Alta Badia le condizioni sono state difficili. Vero. Lo erano per tutti. Per Kristoffersen (polemico con l’organizzazione) partito con il 2, per Kilde partito con il 32 e finito quarto e per Braathen, ottavo con pettorale 27. E con una carta d’identità che riporta 2000 come anno di nascita. Insomma, per dirla con una tipica espressione degli allenatori: ‘La pista è segnata, ma il tempo si può ancora fare’. I norvegesi lo hanno preso alla lettera. Il tempo e il risultato lo hanno fatto.