Marta Bassino ©Marco Trovati/Pentaphoto

Sono sempre molto curiosa di sapere quali siano le nuove tendenze dell’allenamento correlato all’evoluzione della tecnica, da atleta prima e oggi nel ruolo di commentatore tecnico e di coach del Golden Team Ceccarelli.
Siamo d’accordo che a definire la prestazione siano: il focus mentale, lo stato di forma fisica, la tecnica e la strategia.
Che le nostre Marta Bassino, Federica Brignone, Sofia Goggia a Soelden abbiano messo in pista il loro meglio e’ stato evidente agli occhi di tutti. Agli addetti ai lavori come ai neofiti, eppure da coach credo che il meccanismo che abbia fatto primeggiare la doppietta Bassino&Brignone sia tutt’altro che scontato.
Nelle analisi del pre-gara temevamo la potenza di Robinson, la mole di lavoro di Vlhova, la solidità tecnica delle svedesi: qualcosa tuttavia nel debutto di queste protagoniste si è evidentemente inceppato, soprattutto nell’adattamento alle condizioni estreme della prima manche. 

La potenza di Alice Robinson? Troppa e mal gestita con delle uscite curva fuori giri ed il rischio di testa coda ad ogni passaggio. I carichi di lavoro della macchina da guerra Petra Vlhova? A mio parere, nella prima manche questi carichi hanno impastato non poco mente e gambe della fuoriclasse slovacca. Quando lavori così tanto si insinua spesso nella testa il timore di non riuscire a tradurre in prestazione i numeri del file excel che ti danno per favorita solo per la quantità di curve realizzate.
Che lo squadrone svedese avesse lavorato benissimo me lo ha confessato proprio l’amico Christian Thoma, molto sicuro di se stesso quando lo avevo incontrato a Saas Fee nella fase conclusiva di venti giornate di cielo terso e di neve compatta. Tutto forse troppo lontano nella sua perfezione dalle condizioni di ghiaccio misto, neve nuova e di nebbia fitta della prima manche, condizioni che proprio la compagine scandinava ha faticato ad interpretare.

Quindi tornando all’analisi di quei quattro elementi che determinano la prestazione agonistica, aggiungo è un quinto che io ritengo prioritario e soprattutto allenabile: l’adattamento.
Sebbene si possa pensare che adattarsi sia una facoltà relegata all’aspetto mentale, o meglio, alla capacità del sistema nervoso di rispondere in modo adeguato agli stimoli esterni ( terreno, visibilità, tracciato), credo che l’adattamento possa essere anche affinato nella non ripetizione di gesti e di carichi. 
Ecco che allora si vanno a stemperare quei rumors sensazionalistici su serie di squat completi con carichi mostruosi o sulla quantità di ripetizioni di discese, curve, pali. Sono sempre stata e lo sono tutt’ora una promotrice dell’importanza delle intensità esecutive del gesto, ma guardando proprio questa prima di Soelden e la leggerezza interpretativa delle nostre azzurre, cerco di riportare il mio focus di coach sul ruolo fondamentale della modulazione, una parola usata proprio nella descrizione del gesto muscolare dello sci ma anche un’ attitudine più generale nella gestione dell’allenamento finalizzato alla prestazione.