Sono trascorsi due anni dalla morte di Matilde Lorenzi, caduta mentre si allenava in Val Senales e inseguiva i propri sogni. Il forte impatto, la corsa immediata in ospedale, che non è bastata. Poche ore dopo la ventenne di Valgioie (Torino), atleta del Centro Sportivo Esercito, è deceduta. Un duro colpo per il mondo dello sci e una inchiesta che è tuttora in corso per accertare cause ed eventuali responsabilità.
Una vita davanti, un mondo da condividere con il compagno Federico Tomasoni, sciatore pure lui ma nello skicross, dopo un trascorso nello sci alpino. «Matilde era la persona con cui pensavo di passare il resto della mia vita – ricorda – Tanti sogni di avventure e di vita insieme svaniti. Buio totale».
Un durissimo colpo, giorni difficilissimi, la testa altrove, una carriera in bilico a pochi mesi dal sogno dei Giochi Olimpici. «Ma ho cercato di tenere duro e andare avanti, in vista delle Olimpiadi di casa, il sogno che stavo sognando anche con lei. Tutto strano, tutto troppo difficile. Ho pensato di mollare e di non sciare più. Bagni freddi, meditazione, tanto tempo sulle montagne di casa con le persone che contano davvero».

Ma le Olimpiadi rappresentavano la miglior dedica possibile per la giovane Mati, qualcosa di cui sarebbe andata fierissima. E allora un passo alla volta, il gigante di Castione della Presolana, ha iniziato a lavorare per la qualificazione.
Nulla di facile, né moralmente, né fisicamente: la schiena dava fastidi continui, tanto da costringere Federico a saltare la trasferta in Cile. Poi anche il ginocchio si è messo di mezzo. Quattro mesi senza preparazione, fino alla svolta del gennaio 2025. «Uno stato mentale incredibile, ero tutto focalizzato sull’obiettivo – ricorda – La schiena quasi non la sentivo più. Fine gennaio: qualificazione olimpica».

Ha sognato e visualizzato quel podio ogni giorno, ogni volta che si affacciava a Livigno, allora futuro teatro della gara olimpica. «Immaginando che dedica pazzesca sarebbe stata». Il sogno diventa realtà, una discesa dopo l’altra, indossando il pettorale 17, «il numero di Mati».
I tifosi pazzi per l’Italia, l’energia alle stelle per scrivere la storia. Sotto la neve del Piccolo Tibet una run alla volta, fino al trionfo azzurro: oro per Simone Deromedis, argento per Federico Tomasoni nel segno di Matilde.
«Le gambe non reggevano più, ma abbiamo tenuto duro fino all’ultimo centimetro – dice – Corro dai miei amici, dai miei genitori, da mio fratello. Piangevano tutti. Ce l’avevo fatta. Dito al cielo e dedica della medaglia a Mati. Questa è una favola. Ognuno di noi può scriverne una, basta crederci» scrive in un toccante post social.
La Federazione Italiana Sport Invernali ricorda la giovane velocista, arrivata a gareggiare in Coppa Europa. «Matilde continua ad abitare i pensieri di tutto il nostro ambiente. Viene ricordata per la dedizione con cui affrontava ogni allenamento, per il rispetto che portava verso lo sport e per la luce pulita con cui viveva la sua passione sulle montagne – dice –. Non c’è neve su cui le nostre squadre scendano senza che il suo ricordo sia presente: una presenza cara che accompagnerà sempre la storia dello sci italiano».
La famiglia nel frattempo continua a portare avanti progetti legati alla sicurezza con la Fondazione Matilde Lorenzi. «Alla famiglia Lorenzi va la vicinanza più sincera e rispettosa della FISI, unita alla gratitudine per la dignità e la forza straordinarie con cui continuano a custodire la sua memoria. La Federazione rinnova il proprio impegno a non dimenticare Matilde, tenendo fermi nel tempo i valori che ha rappresentato e l’affetto indistruttibile per chi le ha voluto bene».




