Si chiama Danilo Astegiano, per tutti è Dasty. È l’uomo Rossignol sul campo, colui che accompagna i giovani che sciano con i materiali del gruppo Rossignol verso l’alto livello. Li segue in pista nei principali appuntamenti della stagione. È una istituzione, gira l’Italia da decenni e non poteva mancare ai Campionati Italiani Children di Pila.
Il suo percorso professionale è iniziato con un quadriennio allo sci club Sansicario, seguito dall’ingresso nella federazione italiana, dove per quattro stagioni ha lavorato nel circuito di Coppa del Mondo al fianco di atlete del calibro di Karen Putzer e Lara Magoni. Dopo un’esperienza di un anno in Francia, approda in Rossignol Italia per assumere un nuovo incarico focalizzato sulla gestione degli atleti e sull’attività di scouting, con particolare attenzione al settore giovanile e ai club.
Da allora prosegue in questo ruolo, consolidando progressivamente competenze e relazioni sul territorio. Parallelamente, il contesto aziendale evolve in modo significativo: da un iniziale impegno esclusivo con Rossignol si passa a una struttura più articolata in seguito all’integrazione con Dynastar e Lange. Un cambiamento inizialmente non scontato, ma che oggi si traduce in un sistema efficiente e ben funzionante.
Cosa vuol dire gestire il settore giovanile per un’azienda come Rossignol?
«La prima cosa fondamentale è avere un prodotto che funzioni e che piaccia. Senza quello diventa tutto più complicato. Negli anni l’azienda ha investito molto per migliorare il materiale e questo ha reso il lavoro più efficace. Il secondo aspetto è la credibilità: bisogna avere una linea chiara e coerente nella gestione degli atleti. Serve un’identità precisa, senza fare differenze arbitrarie. Oggi la gestione si basa molto sulla meritocrazia: agli atleti vengono date agevolazioni, ma sempre in base ai risultati. “Tu mi dai, io ti aiuto”: questo è il principio».

Come funziona concretamente il supporto agli atleti?
«C’è una struttura abbastanza chiara: l’obiettivo è non fare torti a nessuno e mantenere equilibrio tra i vari gruppi. Complessivamente gestisco tra i 40 e i 50 atleti per Rossignol e circa 25 per Dynastar, tra uomini e donne. Non tutti hanno contratti veri e propri, ma esiste un sistema a step: chi cresce e ottiene risultati può beneficiare di condizioni migliori».
Il materiale quanto incide sulle prestazioni?
«Incide molto. Noi abbiamo la fortuna di avere uno sci molto versatile, che funziona bene in tutte le condizioni e si adatta a diversi livelli di atleti, di entrambi i sessi. Non è uno sci estremo che rende solo in una situazione specifica, ma è completo. In più c’è il valore della scarpa Lange, che storicamente è un punto di riferimento assoluto. Se metti insieme sci, scarpa e un setup corretto (piastra e attacco inclusi), hai un pacchetto davvero performante. Senza questo equilibrio diventa difficile ottenere risultati».
Come è cambiato il mondo dello sci giovanile negli anni?
«I materiali sono migliorati, pur con l’applicazione delle nuove normative sulla produzione. Dal punto di vista degli atleti, forse una volta vi era un po’ più di leggerezza, tanto divertimento e meno esasperazione. A volte si trascurano aspetti fondamentali come la preparazione atletica e la crescita graduale dell’atleta. Non basta sciare tanto per diventare forti».

Come trovi il bacino giovanile italiano?
«Molto buono fino ai Children. Il problema arriva nel passaggio verso la Coppa Europa e poi la Coppa del Mondo: lì facciamo più fatica. Ci sono atleti validi, ma il salto di qualità è complesso. Serve una crescita completa, fisica e mentale. Oggi nella massima serie, senza una struttura fisica importante, è difficile emergere».
Quanto è importante una figura come Federica Brignone?
«Federica è una fuoriclasse, una di quelle atlete che vanno oltre il giudizio. Come Alberto Tomba o Deborah Compagnoni. Ha qualcosa in più: sa trasmettere e ispirare. Per i giovani è uno stimolo enorme. E poi quello che ha fatto negli ultimi anni è straordinario. Io spero continui finché ha voglia, perché per lei lo sci è ancora divertimento, oltre che lavoro. Per noi è anche una soddisfazione; io personalmente l’ho vista crescere fin da giovane. È il risultato di un lavoro lungo, fatto di programmazione e continuità».

Come avviene lo sviluppo del materiale?
«La Coppa del Mondo è il punto di partenza: lì si sviluppa il materiale più evoluto. Da lì, le tecnologie scendono verso la Coppa Europa e poi ai livelli inferiori. È un sistema meritocratico: chi ottiene risultati accede a materiali sempre più performanti. Questo crea una scala naturale di crescita».
Ti aspettavi l’esplosione di Giovanni Franzoni?
«Onestamente non in questa misura. Giovanni è un ragazzo molto particolare: riservato, intelligente ed è un grande lavoratore. Non ha mai cercato visibilità. Negli anni ha lavorato tanto, ha fatto esperienza anche nei momenti difficili. E oggi si vede: ha acquisito una sicurezza impressionante. È la dimostrazione che il lavoro paga».
C’è un episodio della tua carriera che ti piace ricordare?
«Ce ne sono diversi. Dal punto di vista umano, il rapporto che si crea con gli atleti è la cosa più forte: diventi un punto di riferimento per loro. A livello sportivo, ricordo l’oro mondiale junior di Karen Putzer, l’argento di Lara Magoni ai Mondiali e le vittorie di Ingrid Jacquemod al rientro da un infortunio. Ma anche le gare giovanili hanno un valore speciale: vedere ragazzi inseguire un sogno e arrivare sul podio è qualcosa di unico. Uno di questi è senza dubbio Christof Innerhofer che ho conosciuto fin da quando ha iniziato a gareggiare nel mondo delle Fis, mantenendo un rapporto stretto e di amicizia. Lo ringrazio per tutto quello che ha fatto e per i suoi risultati sportivi».
Che valore ha lo sci nella formazione di un giovane?
«Se vissuto nel modo giusto, è fondamentale. Al di là dei risultati, aiuta a formare il carattere, la disciplina e la capacità di affrontare le difficoltà. Non è solo uno sport: è un percorso di crescita. E questo vale tanto quanto, se non di più, dei risultati agonistici».


