Matteo Motterlini sul mito del talento precoce

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Abbiamo intervistato il professor Matteo Motterlini, docente di Logica e Metodo Scientifico all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, su un tema molto discusso: l’esasperazione agonistica nello sci in età precoce e la tendenza a etichettare come campioni i bambini che vincono nelle categorie Pulcini e Children. Si tratta di un dibattito acceso nel mondo dello sci alpino. Motterlini prende spunto da un recente articolo scientifico pubblicato su Science da Arne Güllich e colleghi ( Early talent selection and long-term athlete development: Evidence from longitudinal performance data), che mette in discussione l’idea secondo cui il successo precoce sia un predittore affidabile dell’eccellenza in età adulta. Secondo lo studio — basato su dati longitudinali su larga scala — la sovrapposizione tra atleti che eccellono da giovanissimi e quelli che raggiungono il vertice olimpico o di Coppa del Mondo è sorprendentemente bassa. Il risultato invita a ripensare i sistemi di selezione precoce e a privilegiare percorsi di sviluppo a lungo termine. Ecco cosa ci ha detto.

Davvero i campioni si vedono da bambini?
«No, o almeno non nel modo in cui siamo abituati a pensare. È un’idea
rassicurante perché suggerisce che il talento sia qualcosa di riconoscibile e stabile
fin dall’inizio. Ma i dati dello studio pubblicato su Science mostrano che circa il
90% degli atleti che raggiungono i vertici internazionali non erano stelle da
junior. Questo non significa che il talento non sia importante, ma che le sue
manifestazioni precoci sono spesso instabili e fortemente influenzate da fattori
transitori come la maturazione fisica o l’ambiente di allenamento».

Perché lo studio di Science è così rilevante?
«Perché per la prima volta si basa su una grandissima mole di dati in diversi
ambiti di eccellenza. Gli autori hanno integrato 19 grandi dataset, includendo
quasi 35.000 top performer in ambiti diversi — dallo sport olimpico alla musica,
dagli scacchi alla scienza. In ambito sportivo, sono stati esaminati i percorsi di oltre
50.000 atleti. È proprio questo confronto su grandi numeri e percorsi reali a
mostrare quanto siano fragili molti dei luoghi comuni con cui continuiamo a
pensare il talento. Nel dettaglio, l’82% degli atleti di livello internazionale da junior
non raggiunge lo stesso livello da senior, mentre il 72% degli atleti di livello
internazionale da senior non era stato tale da junior. I due gruppi sono in gran
parte diverse nel tempo».  

Quindi emergere presto non serve?
«Serve, ma meno di quanto pensiamo. I giovani atleti d’élite hanno probabilità più
alte della media di arrivare ai vertici — ma rappresentano comunque solo una
piccola frazione dei campioni adulti. L’idea che chi domina a dodici o quattordici
anni sia “destinato” a dominare anche dieci anni dopo non regge alla prova dei
dati. Le evidenze disponibili mostrano che la maggior parte degli atleti più vincenti
nello sci alpino si colloca nella fascia tra i ventisette e i trent’anni — una tendenza
confermata anche dai risultati dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina. Il picco
prestativo arriva quindi quasi un decennio dopo il momento in cui i sistemi di
selezione iniziano a chiudere le porte».

Allora cosa stiamo misurando quando selezioniamo i migliori a 16 anni?
«Misuriamo soprattutto la velocità di sviluppo iniziale: maturazione biologica
anticipata, coordinazione precoce, adattamento rapido alle richieste tecniche e
mentali. Sono indicatori di performance immediata, non di potenziale a lungo
termine».

Un altro mito: ‘prima inizi, meglio è’.
«Iniziare a specializzarsi precocemente accelera senza dubbio i risultati a breve
termine. Ma questo vantaggio dice poco su quanto in alto si arriverà al picco della
carriera. Quando si osservano i campioni adulti emerge spesso il contrario:
progressioni iniziali più lente e miglioramenti più duraturi».

Quanto pesa l’età relativa?
«Nei settori giovanili si gareggia per anno di nascita o biennio: a dodici o quattordici
anni un anno di differenza è enorme. I nati nei primi mesi risultano più maturi e
vengono selezionati più spesso. È il cosiddetto “Effetto Gennaio”, documentato
dagli studi sull’hockey e poi replicato nel calcio, nell’atletica e in molti sport
olimpici. Con il tempo questo vantaggio si attenua o si inverte, ma intanto ha già
influenzato selezioni, opportunità e carriere».

Quindi scambiamo maturazione per talento?
«Un ragazzo più sviluppato può sembrare più talentuoso; uno già maturo può
apparire “arrivato” e quindi non considerato promettente. In entrambi i casi il
rischio è lo stesso: trasformare una differenza temporanea in una sentenza
permanente»

Se quasi il 90% dei campioni olimpici non erano prodigi da ragazzi, cosa
dovremmo cambiare?
«Dovremmo ripensare i sistemi di selezione: evitare verdetti precoci e irrevocabili,
mantenere più aperti i percorsi e valutare il potenziale di sviluppo, non solo la
performance dell’ultima stagione. Questo richiede anche maggiore umiltà in chi
sentenzia: riconoscere i limiti delle proprie previsioni, distinguere tra ciò che un
ragazzo è oggi e ciò che può diventare domani. Chi decide deve sapere che sta
facendo stime, non diagnosi definitive».

C’è spazio per carriere lente nello sport di oggi?
«Viviamo nell’epoca del tutto e subito. Eppure i dati mostrano che molti campioni
partono in svantaggio, ma continuano a migliorare quando altri rallentano o si
fermano. Le traiettorie “lente” non sono un’anomalia: sono spesso la norma ai
massimi livelli. Questa è la verità più controintuitiva dello studio di Science».

Cosa si perde con la specializzazione precoce?
«La multidisciplinarità aiuta. I dati mostrano che i campioni olimpici hanno praticato altri sport per anni. In media, due discipline per circa nove anni durante l’infanzia e l’adolescenza. Si perde margine di crescita. Con la specializzazione precoce cristallizzano vantaggi temporanei e si escludono potenzialità magari anche difficili da prevedere all’inizio. Un’esplorazione iniziale più ampia, amplia anche l’apprendimento e riduce il rischio di burnout precoce. Attenzione: quando parlo di multidisciplinarità includo anche la scuola. Perdere un mese di scuola per preparare i Giovanissimi e il Pinocchio a dieci anni — l’ho visto fare — è una follia. Più in generale anticipare l’abbandono degli studi o trascurare
la scuola cercando scorciatoie in esami di Maturità farlocchi (niente di più
diseducativo e antisportivo), crea solo l’illusione di investire sul talento, ma in realtà
impoverisce il capitale cognitivo ed emotivo necessario per crescere nel lungo
periodo».

Qual è la prima cosa da cambiare nello sci alpino?
«Ridurre il peso della performance precoce ed evitare l’esclusione anticipata. Tenere
aperti i percorsi abbastanza a lungo perché il talento, se autentico, possa emergere.
Progettare traiettorie di crescita a tutto tondo — tecnica, fisica, psicologica e anche
di cultura sportiva — non percorsi pensati solo per vincere subito. Usa e getta«.

Soprattutto, cosa andrebbe cambiato nel modo in cui i ragazzi vivono le gare?
«Smettere di mandarli al cancelletto di partenza, già da piccolissimi e fino alla
Coppa Europa, come se da quella discesa dipendesse il loro destino. Il problema
ovviamente non sono loro: è chi glielo fa credere. Così ogni gara diventa un
verdetto, ogni errore una colpa, ogni stagione un bivio definitivo. In questo clima la
paura di sbagliare sostituisce il piacere di migliorare, e l’ansia di prestazione prende
il posto della passione. Non sorprende che sempre più ragazzi abbandonino appena
intravedono una via d’uscita — come, per esempio, il corso per Maestri di sci. Il
punto è che non possiamo sapere quanti di loro avessero talento. Quello che invece
sappiamo, con certezza, è che l’ambiente sbagliato può soffocare il talento prima
ancora che abbia la possibilità di esprimersi».

Quali indicazione trarre per i ragazzi?
«Di fregarsene del giudizio degli adulti. Restare curiosi, esplorare, sbagliare. Se
quello che fate vi piace davvero e vi fa sentire vivi che problema c’è a provarci
ancora? Qualcuno diceva: sbaglia ancora, sbaglia meglio».

Per i genitori?
«Non trascurare la scuola, la varietà delle esperienze e la libertà di sbagliare. Un
titolo italiano a dodici anni non è una promessa di grandezza futura. L’obiettivo è
sostenere i vostri figli affinché conservino la voglia di agonismo abbastanza a lungo
perché il loro potenziale possa emergere. Quando la fiamma è accesa, va custodita
e protetta – anche perché là fuori tira vento».

Per gli allenatori?
«Non fare a gara nel pompare il “bambino fenomeno” di turno per sentirsi fenomeni
a loro volta. Creare le basi per una crescita duratura, per una relazione sana con lo
sport e per una passione che resista nel tempo. Non basta saper insegnare la
tecnica. Quello lo sanno fare (quasi) tutti».

Per la federazione?
«La sfida non è andare a caccia dei campioni a sedici anni, ma evitare di bruciarli
prima che abbiano il tempo di diventarlo».



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