Agento nel sole, oro nella bufera. Magari cantando sotto la pioggia, come amava fare fin da bambina, sciando nella sua Santa Caterina Valfurva. Durerà ancora una stagione la carriera di Deborah Compagnoni, anche se non vincerà più dopo quel magico 20 febbraio 1998.
Perché la testa, ufficiosamente, dice basta al parterre di Shigakogen, teatro del più difficile slalom gigante mai affrontato dalle donne, fin lì. E vinto, come scrisse Mario Cotelli, dalla “migliore interprete di sempre nella disciplina, sul ripido“.
La Compagnoni che approda in Giappone è, parole sue, “la più forte della carriera dal punto di vista tecnico”. Atleta e donna ben diversa dalla 21enne spensierata di Albertville 1992 che zittì i francesi dominando il superG olimpico di Meribel, quasi senza accorgersene, e dalla ragazza un po’ cresciuta che festeggiò a torte in faccia a Casa Italia il secondo oro olimpico della carriera, a Lillehammer 1994, in gigante. Quattro anni più tardi la campionessa valtellinese è al top, con il mondo cambiato intorno a lei.
Ha una manager( Mancini) e uno staff tutto per sé, con fisioterapista (Marchino), skiman (Sbardellotto), preparatore atletico (Manzoni) un responsabile tecnico, quasi un secondo papà, di Santa Caterina anche lui, Tin Pietrogiovanna, il fratello Yuri Compagnoni come allenatore.

Dal febbraio 1996 è la regina indiscussa dello slalom gigante (e non solo): dieci vittorie e ventidue poi in Coppa del Mondo nel periodo, tre titoli iridati, la sfera di cristallo tra le porte larghe (1997), con il corollario di nove successi consecutivi in gigante tra circuito maggiore e rassegna iridata, dal 17 gennaio 1997 al 6 gennaio 1998, tutt’oggi record in questa disciplina.
C’è però un campanello d’allarme bello squillante: l’avvicinamento al Giappone improvvisamente da trionfale diventa un cammino a ostacoli. Perché a fronte di quattro successi consecutivi nei primi quattro giganti stagionali di Coppa, tra Tignes, Park City (3″41 a Katja Seizinger, seconda!), Val d’Isere e Bormio, Deborah comincia ad accusare fatica e stress a inizio 1998, forse anche inconsciamente: il 10 gennaio Martina Ertl, sempre in Valtellina, interrompe la sua striscia vincente. Poco male, doveva succedere.

Ma a Cortina d’Ampezzo, qualche ora più tardi, Compagnoni chiude quinta e ad Åre, 22 giorni prima del gigante olimpico, esce dopo tre porte nella prima gara in notturna della storia dello sci alpino femminile. Un crescendo, dunque, ma verso il basso. Katja Seizinger, Matina Ertl e Hilde Gerg (che finiranno nell’ordine nella classifica generale di Coppa 1997-1998) si mangiano la concorrenza.
La stagione parla solo tedesco: il trio delle meraviglie si impone in 17 gare su 30 prima dei Giochi, in sei specialità diverse contando anche un parallelo. Il “colonnello” Tino Pietrogiovanna, che conosce Deborah come fosse sua figlia, si mostra preoccupato, ma il giusto. E benedice la sosta tra la Coppa e i Giochi: “Il tempo giusto per recuperare senza forzare e ritrovare il corretto appoggio sugli sci”.

Nagano 1998. Shigakogen, monte Higashidate, enorme comprensorio sciistico della prefettura di Nagano, con 51 impianti di risalita, area Unesco dal 1981, considerata un modello regionale nel rapporto tra natura e società avanzata. “Un posto d’inferno quando nevica, un paradiso maldiviano quando spunta il sole”, scrivono i giornalisti italiani.
Venerdì 28 febbraio 1998. Gigante. Dopo l’argento olimpico e dopo aver “sprecato” 60 centesimi di vantaggio su Hilde Gerg nella manche decisiva. Va bene lo stesso. E’ la resa dei conti tra Deborah e le campionesse tedesche: Seizinger (già oro in discesa e combinata), la citata Gerg e Martina Ertl, l’unica a non aver ancora vinto un titolo. E’ anche la più emotiva del lotto. Si sentono inarrestabili, ma non hanno fatto bene i conti con la fuoriclasse di Santa Caterina, che alla vigilia ha ripassato il tracciato a cena con… Alberto Tomba, a Casa Italia.

Pioggia, neve bagnata, vento (al parterre manca persino lo striscione del traguardo), pendio da brividi, giornata bigia. Prima manche disegnata dal povero Severino Bottero, allenatore delle francesi (morirà a 49 anni nel 2006). Da una parte, l’intelligenza tattica e l’enorme sensibilità di Deborah sugli sci, dall’altra l’irruenza e la furia agonistica dell’unica rivale pronosticata, Martina Ertl, che in realtà finirà poi solo quarta, lontana dall’azzurra.
Tino Pietrogiovanna monta sulla pista alle 7 del mattino, Deborah scia in campo libero, quindi ricognizione, linee ben chiare in testa. E la gara è senza storia, su un tracciato ripido e lungo. Nella prima manche Deborah parte “con calma”, non è nemmeno la migliore al primo parziale, dopo venti secondi, ma registra al meglio il suo motore per poi lanciare l’attacco vero al cambio di pendenza. Lì comincia a disegnare le sue linee impossibili per tutte, leggere, continue, senza la minima sbavatura e soprattutto senza mai dare l’idea di rischiare. Già a metà gara non ci sono dubbi su come andrà a finire. Nessuna tiene testa all’azzurra. E’ un dominio: 94 centesimi a Lefranc, 1″10 alla Flemmen, 1″19 alla Meissnitzer, 1″25 alla Seizinger, addirittura 1″44 alla Ertl.

La seconda discesa è solo una cavalcata trionfale verso quell’oro desiderato per quattro anni, mente in Italia è notte fonda. Un oro “infinito”, l’ultimo della carriera di Debby, con l’austriaca Alexandra Meissnitzer argento a 1″80, il divario più alto in una gara olimpica femminile dai Giochi di Grenoble 1968!
Tre ori olimpici in tre edizioni consecutive dei Giochi, in due specialità diverse. Fin lì, nessuna come lei. Compagnoni si presenta alla premiazione ufficiale sotto l’ombrello. La pioggia non smette di cadere quel venerdì 20 febbraio 1998. Ma per Debby, è come risplendesse il sole. A Levante. In Valtellina però sarà per tutti, sempre, la Deborah.





