Il giorno che cambia per sempre la storia dello sci alpino italiano (e non solo) è in realtà lontano due mesi e mezzo dalla prima Olimpiade canadese. Trattasi del 27 novembre 1987: all’ora di pranzo, dopo averlo per altro annunciato spavaldamente ventiquattro ore prima, Alberto Tomba da Castel de’ Britti, frazione collinare di San Lazzaro di Savena (sede storica del Guerin Sportivo ), provincia di Bologna, classe 1966, in testa a metà gara con pettorale numero 25, già bronzo iridato in gigante a Crans Montana ‘87, un podio nel circuito maggiore (secondo tra le porte larghe nel dicembre ‘86 in Badia, dietro Pramotton e davanti a Tötsch), conquista in slalom speciale il primo di cinquanta successi in Coppa, rifilando 80 centesimi al campione del mondo di Bormio ‘85, lo svedese Jonas Nilsson.
Terzo l’austriaco Mader, uno dei magnifici cinque sciatori (gli altri sono Girardelli, Aamodt, Zurbriggen e Miller) capaci di vincere almeno una gara in ogni disciplina. Tomba si butta tra la gente, brinda con i tifosi, firma autografi, dà appuntamento a tutti al gigante, stesso posto stessa ora, due giorni più tardi. Trionferà anche in quello (aggiungendo poi tre ori olimpici, due mondiali, una Coppa generale, otto di specialità e tanto altro…), dopo un recupero prodigioso nella prima manche. Lo sport della neve italiano e internazionale non sarà più lo stesso. Con Valentino Rossi, Alberto ancora oggi è il campione italiano più popolare al mondo.
«Pietà l’è morta. Non ce n’è più per nessuno», sentenzia in un bar del Colle giusto a fine gara Alberto “paletta Marchi” (da biografia ufficiale di Tomba, firmata da Lucilla Granata), modenese di cui riparleremo, scomparso prematuramente, letteralmente “pazzo” per lo sci, colui che solo pochi anni addietro aveva accolto l’ancora sconosciuto bolognese, cui voleva bene come un figlio, nel “suo” Sci-Club Modena. Parafrasando un popolare inno della Resistenza italiana, nasce insomma lo slogan perfetto per una carriera inimitabile.
Tra l’altro proprio Paletta sistemerà un particolare tecnico fondamentale a inizio stagione, apportando modifiche agli scarponi (rifiniture interne e maggiore inclinazione in avanti) che risulteranno poi decisive per il successo di Alberto. Nell’estate del 1987 Tomba, cresciuto alla scuola cortinese di Roberto Siorpaes (e della moglie, la campionessa olimpica Yvonne Rüegg), all’ombra del Cristallo, pali su pali macinati anche d’estate a Malga Ciapela, in allenamento rifila distacchi abissali a compagni e avversari, ma in pochi lo sanno. Si è fatto conoscere nel famoso Parallelo di Natale, certo, alla Montagnetta di San Siro, Milano, nel dicembre 1984, vinto quando ancora amava passare il tempo lavando macchine (si dice su “ordine” dei compagni più grandi, non vi è conferma), ma anche ad Åre, Svezia, il 23 febbraio ‘86, sesto in slalom con pettorale 62 e giusto poche settimane dopo, sempre sesto, ma in superG, a Whistler Mountain, in Canada. Potente, deciso: è veloce, ma esce ancora spesso. Per poco…

Febbraio 1988. Quasi due anni più tardi, un secolo. Il bolognese è l’incontrastata stella di Calgary, il più corteggiato, fotografato, intervistato, il ragazzo copertina. Ci arriva forte di sette vittorie ottenute fin lì in Coppa del Mondo, quattro in slalom, tre in gigante. E via di filastrocche: «Non c’è due senza tre, la quarta viene da sé, la quinta è già vinta, alla sesta si fa festa, con la settima ci si pettina» e via dicendo. Nessuno avrà più lo stesso impatto su pubblico e media in questo sport. La sua Olimpiade scatta il 21 febbraio, una domenica soleggiata. Dura neanche sette secondi, tre porte e un’imprecazione (scherzosa): «Assassino». Rivolto al Colonnello, al secolo Tino Pietrogiovanna, tecnico azzurro, il quinto della famosa cinquina in gigante a Berchtesgaden ‘74, che ha disegnato il primo superG della storia a cinque cerchi.
Ma la colpa più che altro è della neve artificiale di Nakiska, continuamente riportata, fruibile quasi solo per i primissimi numeri. Poi, comincia lo… skicross, in anticipo sui tempi. Fuori dunque Alberto (con sci da gigante, studiati appositamente per le prime porte strette), nel giorno in cui Franck Piccard riporta la Francia sul gradino più alto del podio vent’anni dopo Jean-Claude Killy. Dramma sportivo? Macché. Al parterre è lui a rincuorare giornalisti e amici. «Ditemi cos’ha fatto il Bologna, aveva una partita delicata, no?». Dispensa battute a raffica, la sera mangia spaghetti «ballando e organizzando un concorso di miss Casa Italia in cui decide tutto lui», si legge su Alberto Tomba di Gianni Bianco, mentre i giornali danno alle stampe la loro versione, quella di un possibile campione già “bruciato”. Nulla di tutto ciò.

Ritorna nel buen retiro di Panorama City, dove la Fisi ha affittato uno chalet per nascondere il suo talento da occhi indiscreti, allenamenti nella tana da lupi di Fortress Mountain. Alberto scappa quando può a Calgary, con la scusa che lì c’è Casa Italia, fa venire anche il cuoco ufficiale degli altri gruppi azzurri. I tanto annunciati 18 gradi si sentono sì, ma sopra lo zero. Altro che gelo polare. Fa un caldo bestiale, per colpa del Cheenok, il vento che soffia da quelle parti, simile al föhn di origine alpina. La specialità del Paese del resto non è la neve o lo sci, bensì il toro. Quest’ultimo può valere anche cinque miliardi di lire, se campione.


Intanto tra Calgary e Castel de’ Britti è pandemonio autentico. Dieci tifosi si sono arrampicati fin lì da Sestola, provincia di Modena. Non sono gli unici. All’arrivo di Albertone abbattono le transenne e invadono l’area del traguardo. Un fotografo prende nota, il giorno dopo il gruppo è in copertina sul Calgary Herald. A Castel de’ Britti c’è anche chi guarda il Festival di Sanremo in contemporanea, Peppino di Capri declama Nun chiagnere, ma in realtà si ride di gioia per Tomba.
La cui villa di famiglia è (apparentemente) deserta, anche se davanti sembra di stare alla Bombonera di Buenos Aires: clacson, bandiere, pappardelle alla lepre, un bicchiere di rosso, di quello buono. Al parterre si scatena il finimondo. La televisione americana ABC lo vuole a tutti i costi, ha pagato fior di dollari per i diritti in esclusiva; Mario Cotelli lo abbranca dalla porta della cabina tv di Koper Capodistria, Alfredo Pigna lo tiene a lungo in Rai. Lo sballottano a destra e manca, a lui fa male un braccio, non riesce nemmeno ad alzare gli sci. Spunta persino un telefono portatile. Poi, sul podio (Samaranch in persona presenzia), gli danno un mazzo di garofani rossi. Li getta alla folla, in delirio. «Scusate, perché non avrei dovuto vincere io? Alberto I, re dell’Alberta», sentenzia lui. Sovrano canadese. Per sempre.






