Karbon dopo quella coppa di Brignone nel 2020…

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ERA MARZO 2020 – Denise Karbon ha lasciato l’attività agonistica cinque anni fa, ha in bacheca una coppa di gigante e oggi è mamma di Pia che ha quattro anni e mezzo e di Samuel quasi tre. È sposata con Franz Hofer, pro di mountain bike. Federica Brignone è stata sua compagna di squadra per cinque anni. Denise la capitana, Federica la debuttante.

Qual è stata la prima cosa che ti ha colpito di Federica?
«Eravamo a un raduno atletico, non ricordo dove, e mi ha impressionato il lavoro. Ero curiosa di conoscere il suo carattere, perché fin da subito diceva che assolutamente non voleva pedalare. Sì, odiava la bicicletta, non c’era verso».

Quindi appena entrata in squadra A non amava lavorare atleticamente?
«Non digeriva solo la bici, per il resto guai: era instancabile. Per esempio amava fare delle lunghe passeggiate con una buona andatura in montagna, io invece ero più restia, alla fine dipende molto anche dai gusti e dalle preferenze».

Quando è stata inserita nel vostro gruppo, com’è stato l’approccio tra lei e voi senatrici?
«È sempre stata molto rispettosa, attenta alle nostre esperienze, a quello che avevamo fatto negli anni addietro. Più che essere curiosa, ascoltava, si metteva in gioco. Non era lì per copiarci, lei ha sempre avuto in testa quello che avrebbe voluto fare. Non si accontentava mai, era sempre alla ricerca del meglio, raggiungere il più possibile la perfezione anche in una semplice manche di allenamento. Questa è un po’ la grande caratteristiche del campione».

Federica all’esterno era sempre disegnata come una tipa tosta, dal carattere forte. Cosa ne pensi?
«Era molto determinata, a volte quasi testarda mi viene da dire. Ha sempre legato con le più anziane della squadra, ma non è mai stata a ruota, mai succube, tantomeno invidiosa. Il rapporto con me, per esempio, lo ha gestito con rispetto e con la consapevolezza che ognuna si sarebbe giocata la propria partita. Se non è determinazione questa…».

Determinata anche nel voler fare la seconda disciplina…
«E aveva ragione: erano i primi anni che si cimentava con regolarità negli allenamenti di slalom. Federica voleva fare la seconda specialità, lo riteneva utile anche per il suo gigante. Poi la storia le ha dato ragione. Però sbagliava spesso, gli allenatori non erano così d’accordo su questa scelta. Me la ricordo con quel busto spesso storto e ciondolante, ma faceva comunque sempre la cosa più importante: mollava gli sci a tutta». 

Cosa ti ha stupito della sua curva da gigante?
«La capacità di sfruttare ogni metro della pista per accelerare. Eravamo simili da questo punto di vista: sensibili e sempre con gli sci verso la discesa, senza mai calcare sulla neve, facendo magari una linea più larga, pur di non mettere mai di traverso lo sci. Quel cercare sempre la massima pendenza era invidiabile a quell’età. Certo, io ero più solida magari nella parte alta, più stabile, con il tempo Federica è però riuscita a essere ancora più composta e centrale. Ma quella sensibilità pazzesca sugli sci era propio innata».

E ai Mondiali di Garmisch l’ha fatta grossa… Ti ha portato via una medaglia…
«Venivo da un infortunio, ero tornata competitiva da poche settimane. Quel quarto posto (Fede, argento, ndr) valeva tantissimo per me. Dopo un doppio intervento allo stesso crociato essere davanti ad alto livello era già una vittoria. Così abbiamo festeggiato quel secondo e quarto posto tutte insieme».

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