Arrivederci, leonessa Dada

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La Coppa di Fill, certo. Storica, in discesa… Il primo podio di Elena Curtoni, perché no, a suo modo storico anche quello. E atteso da anni. Poi beh, la caduta di Daniela Merighetti, che paura, proprio nel giorno della sua ultima gara in Coppa del Mondo! E che sfortuna. Ah, a proposito. Presi dalla concitazione degli eventi di un mercoledì 16 marzo 2016 che rimarrà leggendario per il nostro sci, ci siamo dimenticati giusto di… omaggiare la nostra ‘capitana’ ideale che a quasi 35 anni (li compirà a luglio) lascia la Coppa del Mondo 16 anni dopo l’esordio (nel dicembre 2000) senza aver potuto salutare tutti al parterre né ricevere l’abbraccio ideale e concreto di compagne e colleghe. Aufdenblatten con il trono, due anni fa a Lenzerheide. Merighetti in ospedale…, lo sci in fondo è una sliding door che gira… Ma, corona o meno, Dada lascia portandosi in dote intanto una tuta da… Leonessa regalatale dalla squadra (la vedete in foto) e poi soprattutto il rispetto e l’ammirazione di tutti, forse anche per quella sua testardaggine nel voler scendere comunque a ‘tutta’ nel giorno dei saluti, quando forse sarebbe stato più opportuno una passerella folkloristica stile Denise Karbon con distribuzione di Krapfen, che nel caso di Daniela avrebbero potuto trasformarsi in ‘casonséi’ come vuole la tradizione bresciana, pur difficili da distribuire cotti, in pista, anche se il catering moderno fa miracoli…

ARRIVEDERCI – E allora diciamole grazie. E arrivederci. Con quella sua indole buona, chissà, potrebbe rimanere sulle piste da sci a insegnare, oppure nell’ambiente lavorando per qualche media. Oppure anche no, chissenefrega, che decida lei tranquillamente cosa fare nella nuova vita. In quella sugli sci ci ha regalato la gioia di vederla scendere, sempre, quando vinceva, quando perdeva per errori banali, persino quando sbagliava per quelle linee tutte un po’ sue, molto veloci, a volte poco controllate. Sicuramente sempre audaci. Sì, perché sapevi che Daniela Merighetti in pista dava tutto, dal primo all’ultimo metro, dal tracciato più facile a quello più difficile, dal pendio a lei consono a quello indigesto, con o senza tutore per la mascella infortunata e quella generosità d’animo che ha portato giusto sulla neve. Anche per quella voglia di trasformare, almeno con gli hashtag, uno sport completamente individuale in uno di squadra, giusto un pochino, giusto per provare a fare gruppo, ribattezzando il team di velocità femminile italiana #DHLions. E pazienza se a volte qualcuna delle #DHLions, originale o acquisita, mette il broncio quando è chiamata a rimanere fuori da una singola gara per lasciare il posto a una compagna più giovane, da lanciare. In fondo, appunto, trattasi di sport individuale, la pallacanestro è un’altra cosa. Questo è sci. Ognuna per sé e tutti per… una, ma una sola! Giusto così. Eppure, abbiamo apprezzato il tentativo. E #DHLions sia!

LEONESSA – Daniela nasce slalomista e chiude discesista, centra il primo podio in gigante e l’unica vittoria in libera, va a punti in slalom e sul podio in superG. Perché in fondo sarebbe stata polivalente, se solo qualcuno l’avesse capito, magari, dieci e più anni fa. Almeno in parte, la strada a Brignone, Curtoni, Marsaglia, Goggia, Nadia Fanchini e compagnia, le tutto-fare di oggi che un po’ ci fanno sognare, l’ha aperta proprio lei, quasi tre lustri fa. Adesso di atlete che fanno quattro, anche cinque discipline in Italia ne abbiamo parecchie, altre ne arriveranno e meno male che gliele lasciano fare. Nel 2002 la storia era un po’ diversa, forse l’idea della polivalenza al femminile non era tanto presente nella mente di chi dirigeva la baracca e probabilmente ci siamo ‘persi’ una carriera che avrebbe potuto essere diversa. Magari non da Coppa del Mondo generale, no, ma da atleta capace costantemente di terminare nelle top 10 della classifica finale, forse sì. In fondo, con Nadia Fanchini e Isolde Kostner, Dada è stata l’unica italiana nella storia di questo sport capace di salire sul podio nel circuito maggiore in discesa, superG e gigante. Per ora. In pista ha lasciato il cuore, più di… un crociato, una medaglia olimpica per colpa di una maledetta spigolata finale a Sochi 2014, ma soprattutto l’esempio. L’esempio di chi si rialza sempre quando la botta è più forte, di chi arriva perché lavora e perché ci crede, anche quando in tanti non ci credono più. Leonessa. Come la sua città, Brescia, che dal 23 marzo al 1° aprile 1849 seppe resistere agli austriaci durante il Risorgimento italiano, guadagnandosi appunto l’appellativo di Leonessa d’Italia.

Una vittoria, sei podi in tre specialità diverse in Coppa del Mondo. Duecentotrenta pettorali in 15 anni e mezzo di gare. Duecentotrenta volte grazie. In fondo non si è Leonesse per caso…

 

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