Nadia Fanchini: «La squadra è diventata una famiglia. E le giovani vanno forte»

Per il direttore tecnico Matteo Guadagnini è la capitana delle azzurre. In discesa e superG è in forma, ma l'aspettiamo di nuovo al top in gigante

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Nadia Fanchini alla consegna delle AUDI - Bolzano (@FISI/Pentaphoto)

L’investitura è arrivata direttamente dalle parole di Matteo Guadagnini, nuovo direttore tecnico: «E’ lei la capitana della squadra». Nadia Fanchini da Montecampione, 30 anni compiuti a giugno, inizia la sua tredicesima stagione piena in Coppa (ma una l’ha saltata completamente, quella 2010-2011) e a Sölden disputerà la 212esima gara nel circuito maggiore. Un bel traguardo per chi a 18 anni già sfiorava un podio mondiale in superG a Bormio 2005. Vanta due vittorie e dodici podi tra le “grandi” oltre a due medaglie iridate e ha una gran voglia di tornare a primeggiare in gigante. L’abbiamo incontrata a Bolzano facendo il punto della situazione su tutto. Anche sulle giovani e sul futuro della squadra femminile italiana…

Nadia, com’è andata in Argentina?

«La trasferta è iniziata con alti e bassi nel senso che avevo un po’ di dolorini qua e là, come al solito, ma alla fine si è risolto tutto per il meglio. Abbiamo un fisioterapista che mi ha dato una mano tutti i giorni quindi siamo riusciti a trovare una via per stare sempre meglio con il passare dei giorni».

Lavoro?

«Ci siamo allenate tantissimo, io ho sciato venti giorni. Poca neve, ma buona. Il tempo ci ha assistito, siamo riuscite a fare una preparazione eccellente. Giù a Ushuaia sembrava che andassi meglio in discesa e superG, mentre in gigante ho fatto un po’ più di fatica sì, però è sempre il solito problema. In realtà soffro fisicamente, convivo con i dolori, ma finché posso tiro avanti facendo tutte le mie discipline».

La rivedremo al top tra le porte larghe?

«Penso sia possibile ritornare alla forma di due anni fa in gigante. Io credo che sia tutto un problema legato alla mia situazione fisica, sono altalenante, alti e bassi, vado a intermittenza, soprattutto in questa specialità sento più dolore perché patisco di più le pressioni sugli sci. Per questo faccio maggiormente fatica fatica. Dal punto di vista tecnico ero un po’ schiacciata di busto è vero e ho cercato di lavorare su questo dettaglio. Però sapete, quando non si parte con il piede giusto, quando fai fatica, poi ti vengono mille pensieri, diventa tutto più difficile, ti costruisci un muro e pensi che tutto vada male e fai fatica purtroppo poi a ottenere i risultati. E’ strano ovviamente perché potrebbero dirmi “ormai hai esperienza, conosci tutte le situazioni”. E’ vero. Ma alla fine è sempre come iniziare di nuovo da capo. Ogni anno ti presenti alla vigilia di Soelden sapendo che l’hai già disputata mille volte, come gara, ma la tensione è sempre la stessa. Gli allenatori comunque sono contenti anche di come sto sciando in gigante: un po’ più alta di busto, non soffoco più il movimento. Oltretutto in Argentina nei piani andavo meglio. Poi come sempre per me tra allenamento e gara c’è un abisso. E’ una cosa talmente diversa la gara che non puoi veramente capire come sarà. Lo scorso anno prima di Soelden andavo fortissimo e poi la gara si è rivelata un disastro. L’allenamento in ghiacciaio è venuto bene, ovviamente la stanchezza si fa sentire: un conto è sciare a 3.000 metri come in Senales o a Solden, un conto è farlo a 500m sul livello del mare come a Ushuaia. Ci si adatta sempre, è il nostro lavoro. Mi accontento dello stato di forma attuale. Le situazioni cambiano da un giorno all’altro, lo so per esperienza. Spero che sabato vada tutto per il verso giusto».

Nadia con la nuova tuta italiana per la stagione 2016-2017
Nadia con la nuova tuta italiana per la stagione 2016-2017

Velocità?

«In SuperG ci siamo allenate molto bene, su tracciati anche da 1’20’’ per un paio di giorni davvero stupendi. Comunque non ci lamentiamo nemmeno del lavoro in discesa, visto che l’allenamento si è concentrato sui tratti pianeggianti e a noi fa benissimo visto che lì non andiamo. Io sono contenta».

Lo scorso anno è tornata alla grande in discesa

«Non sono rimasta sorpresa del mio rendimento in questa specialità. Un po’ di esperienza  ce l’ho. Quello che sei in grado di dare lo sai, ce l’hai nella testa e nelle gambe. Purtroppo poi sono sempre lì a lottare con i problemi fisici, come dicevo, ma le cose che sai fare non tornano per caso. Tornano perché le hai già fatte. Con me ormai è così, non riesco a essere più costante in tre discipline: un anno vado bene in gigante, un altro in superG, un altro ancora in discesa. Non credo sia colpa mia, sinceramente. Io fisicamente sto facendo sempre più fatica e sono sempre contenta di quello che riesco a ottenere. Do il massimo perché la voglia di non mollare è sempre altissima. L’obiettivo comunque è lo stesso, portare avanti gigante, slalom e discesa al top».

Novità sui materiali?

«Ho un altro sci da gigante, un modello diverso rispetto allo scorso anno, simile a quello che usano le svedesi. E’ rigido, ma molto fluido, entra bene in curva, mi aiuta tantissimo. Io con le mie ginocchia non posso scegliere uno sci troppo duro, aggressivo, tipo quello che utilizza anche Federica Brignone, per capirci. So che quel tipo di sci rende magari anche di più, ma dopo un po’ non riesco più a spingere un materiale simile con i dolori che ho.  Comunque mi trovo molto bene, è proprio il mio sci, mi fa entrare in curva in maniera perfetta. Ho una sciata più fluida, meno macchinosa».

Gruppo polivalenti?

«Ci siamo allenate molto bene, ma direi alla fine come lo scorso anno. E’ ancora presto per dire che sia cambiato qualcosa, bisognerà scoprirlo poi tra una gara e l’altra. La vera differenza si farà durante l’annata. Io per fortuna mi trovo benissimo con tutti e due gli staff, sia quello di Rulfi che quello di Ghezze. Saltare da una squadra all’altra per me non è un problema. In Argentina sono stata molto bene, alla fine è bello il fatto di avere un team che ti fa sentire bene, serena, tranquilla motivata. Se la testa è a posto, il resto viene di conseguenza. E’ una bella squadra, direi una bella famiglia».

Giovani?

«Sono brave. Vedo loro come mi vedevo io più di dieci anni fa. Quando sono entrata in squadra c’erano le leader come Denise Karbon, come Isolde Kostner, come Karen Putzer. Io le vedevo solo in televisione… Quando ero piccola cercavo sempre di ascoltare le ragazze con più esperienza, per esempio Denise mi ha sempre aiutato e mi ha dato una grande mano. Ho sempre seguito i suoi consigli. Adesso se qualche giovane ha bisogno di me ci sono, molto volentieri. Abbiamo talenti molto interessanti nel gruppo. Il futuro della squadra femminile è assicurato, sicuramente. Bisogna solo farle crescere nella maniera migliore. In allenamento vanno fortissimo. Ma è normale, succedeva anche a me quando ero più piccola: davo sempre il massimo in allenamento, andavo forte, le più grandi magari non tiravano a tutta, si tenevano un po’. Poi però arrivava la gara e la Denise vinceva… Quando sei giovane vuoi dimostrare tanto, mentre l’atleta grande ha un po’ più di testa e di esperienza e si gestisce».

Cosa le ha lasciato l’ultima annata?

«La scorsa stagione mi ha lasciato una sorta di liberazione dopo la discesa libera di La Thuile, una gara importante, difficile, forse la gara più bella che abbia mai fatto. E’ stato tutto splendido, a partire dal calore della gente».

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