Peter Fill, team e famiglia i miei grandi valori

Per il velocista azzurro sono due i punti fermi sui quali si costruiscono i successi. Si fida dei suoi uomini e ama stare nella sua casa, un altro grande sogno realizzato

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Una vita che viene stravolta in due anni. È iniziato tutto accovacciato nel parterre di Sankt Moritz, ripiegato sulla neve fra lacrime di gioia e incredulità. E dopo un anno, in Colorado, è arrivata la consacrazione che ha certificato la sua superiorità. Nessuno in Italia ha mai conquistato la Coppa del Mondo di discesa. Peter Fill ne ha vinte due, di seguito oltretutto: immenso. «Non ce n’è una più importante dell’altra – dice – certo, il cammino per arrivare alla prima è stato più stressante, mi sentivo maggiore pressione addosso».

FILL Peter

MAX CARCA
«NON ESISTONO I VECCHI, MA I FUORICLASSE»
Quell’ansia da prestazione, il fattore psicologico, l’approccio mentale alla gara. «È più sereno in questi anni, non per un motivo unico. Fisicamente sta bene e sono alle spalle i periodi in cui conviveva con gli infortuni, inoltre è maturato e cresciuto sotto tutti i punti di vista – dice il direttore tecnico Max Carca -, l’età non ha scalfito la sua classe anzi, ha fatto esprimere il suo potenziale».
Carca d’altronde lo ha sempre ripetuto: «Non esistono vecchi e giovani, esistono i fuoriclasse». E Peter lo ha sempre confermato: «L’età è uno stato mentale, posso essere competitivo per altri anni fidatevi». Carca è una persona fondamentale per l’azzurro, Peter è stato il primo a volerlo di nuovo in Italia dopo l’esperienza canadese. Se li vedi in pista in allenamento o in ricognizione, se li ascolti quando discutono, capisci che c’è un rapporto franco, diretto. «C’è massima fiducia, mi bastano due giornate di lavoro con lui per capire su cosa devo aggiustare il tiro – aggiunge il campione -. Max ha una personalità forte, è un leader carismatico ed è idoneo per una squadra competitiva come la nostra. Inoltre non discutiamo solo di tecnica, ci confrontiamo molto anche sugli aspetti che riguardano logistica e sedi di allenamento».


ALBERTO GHIDONI
«SCORREVOLEZZA NEL DNA»
L’allenatore responsabile della squadra è Alberto Ghidoni; conosce Peter da quindici anni, da quando lo aggregava alla squadra di Coppa del Mondo, praticamente ha seguito ininterrottamente la sua carriera. È il padre della grande famiglia della velocità, anche perché fra atleta e allenatore vive il massimo circuito mondiale da 35 anni.
«Peter è uno dei discesisti che ha più talento – racconta -. Ha una dote innata nella scorrevolezza, una sciata a mio giudizio da autentico velocista. In queste stagioni abbiamo affinato la capacità di mantenere la velocità in ogni situazione, a volte è meglio fare un metro in più su una linea, senza mai incidere sulla neve. Questa dote si può migliorare, ma non s’inventa.
Non fa attriti e accarezza la neve, se chiudi gli occhi non ti accorgi del suo passaggio». Una grande mole di lavoro viene fatta in galleria del vento, non solo per testare i materiali, ma anche per perfezionare la posizione aerodinamica. «La sua sciata oggi è inconfondibile, è talmente raccolto e scorrevole, che sembra non prendere nemmeno rischi e andar piano. Lui attacca in un modo diverso dagli altri, meno spettacolare da vedere ma ancora più efficace». Ghidoni è davvero un maestro in pista. «Solo lui sa a quanto passi in quella curva, dove puoi dare gas o tirare il freno, è un riferimento dal punto di vista tattico, perché la discesa non è solo tecnica ma anche tattica, dove e come passare», dice l’azzurro. Alcuni passaggi sono però temuti, come l’ingresso della stradina o l’uscita Steilang
a Kitzbuehel e solo se conosci a memoria il tratto puoi dare un consiglio efficace. «Ghido è un professore di ogni classica del circuito e capisce ogni minimo cambiamento del passaggio, le novità che creano avversità».

DANIEL ZONIN
«LAVORO FACILITATO»
Chi affila le lamine e prepara le solette ai suoi Atomic è Daniel Zonin. «Sono stati Peter e Werner (Heel, ndr) a chiedermi di lavorare con loro.
Una chiamata che mi ha lusingato, ho accettato sapendo subito che avrei avuto più responsabilità rispetto al settore femminile – racconta lo skiman altoatesino -, non avrei mai pensato di arrivare così in alto». Peter racconta anche qualche aneddoto sulla scelta dell’attuale service. «Era quasi più convinto Werner – dice ridendo -, nella prima stagione gli ha messo a disposizione la macchina. A conti fatti è stata una grande scelta, ho grande fiducia in Daniel». Zonin è cresciuto in questi due anni e adesso è un punto di riferimento per gli altri colleghi.
«È normale, quando fai gli sci a un pezzo da novanta…» dice Zonin. Con Atomic c’è un rapporto perfetto, c’è un legame continuo per lo sviluppo dello sci. «In primavera ed estate spesso ci confrontiamo con la direzione e gli ingegneri ad Altenmarkt, la ricerca sul materiale è fondamentale per rimanere in alto – aggiunge Daniel -, Peter è un perfetto testatore e mi facilita il lavoro. Ha la prima scelta del materiale dell’azienda. Questa stagione abbiamo testato molto di più, ci siamo portati
avanti con il lavoro già ad aprile.
Ho partecipato anche ad alcuni stage a Soelden, anche con l’aiuto di Henri Battilani».

GIUSEPPE ABRUZZINI
«OGNI SCELTA CONDIVISA»
Giuseppe Abruzzini è il preparatore atletico dei velocisti azzurri.
È l’uomo che ha sempre sott’occhio Peter Fill per quanto riguarda la parte a secco. «Questo tipo di lavoro viene svolto a casa nei periodi lontani dalle gare – dice il professionista di Aosta -. Durante gli allenamenti autunnali e in inverno facciamo sessioni di rifinitura o recupero, spesso concordiamo insieme bisogni e necessità». Giuseppe sottolinea anche che cosa vuol dire lavorare con un campione di questo calibro: «Peter esige supporto e aiuto sulla metodologia di lavoro, ma la linea non viene dettata da noi, ma condivisa. Riconosce l’importanza e soprattutto il valore del gruppo, cosa che non sempre un atleta fa».
Pietro tiene molto alla squadra, al lavoro in team. «Professionalità ed esperienza sono il comune denominatore del nostro team – sottolinea il campione di Castelrotto -. Ognuno ha un ruolo specifico e dà il proprio contributo senza volersi scavalcare a vicenda».

FILL Peter

STAUDI & CO
Con la formazione dei discesisti c’è anche Christian Corradino, l’uomo delle analisi e del video, oltre che del cronometro. «Ma è anche cresciuto come tecnico in questi anni».
E poi due ex azzurri della discesa, «da sempre della nostra famiglia», per dirla come Ghidoni. Sono Patrick Staudacher e Lorenzo Galli. «Conoscono le piste, non sono coach improvvisati, è gente che ha vissuto su questi pendii», ne va fiero Peter. E a completare lo staff tecnico anche
Raimund Plancker, da due anni entrato ad arricchire il gruppo.

EINAR PRUCKER
ESERCIZI ORIGINALI
Einar Prucker, fisioterapista del gruppo sportivo dei Carabinieri, segue anche Peter Fill. È la sua ombra da cinque anni, anche se collaborarono già in passato. «Ho chiesto un aiuto dopo l’operazione per la riabilitazione e il recupero – racconta -. L’ho conosciuto in caserma a Selva Gardena e mi ha stupito, mi faceva lavorare e spingere subito, facendomi muovere le parti del corpo che avevano subìto il trauma. Sci di fondo e calci stile boxe per esempio, mi ha fatto perdere la paura di usare la gamba e mi ha rimesso in piedi». E per poco Peter non riuscì a centrare la medaglia alle Olimpiadi
di Vancouver, cadendo in superG all’ultimo intermedio, con tempi da podio fino a quel momento. Prucker fa lavorare Fill in modo originale.
Come nei boschi. «Tanta corsa sullo sterrato e a tratti anche a occhi chiusi – dice Einar Prucker -, serve per aumentare la sensibilità, elemento principale per un discesista». E poi i circuiti, davvero particolari quelli che propone. «Combiniamo forza, velocità e resistenza, anche spingendo una slitta che ho costruito sopra un vecchio paio di sci – aggiunge -, poi tiro alla fune, martellate a pneumatici di camion. Alterniamo due settimane di carico e una di scarico da un paio di anni».

POCA FISIOTERAPIA
A differenza dei suoi colleghi, non necessita della figura del fisioterapista in maniera assidua. In squadra, dopo Federico Tieghi è arrivato Paolo Cucchetti. «Non ho particolari punti deboli – racconta -. Anche se ho il collo che ogni tanto mi fa impazzire».

UNA GRANDE FAMIGLIA
E poi c’è la famiglia, un altro punto fermo, addirittura un’altra chiave di lettura dei suoi trionfi. Manuela, la moglie, Leon e Noah i piccoli.
Vivono insieme a Castelrotto, in una nuova casa con palestra annessa. Un giardino curatissimo e sempre esposto alla luce dell’Altipiano di Siusi e con di fronte la maestosità dello Sciliar. «Questa casa è il mio sogno, quello che ho sempre desiderato. Il premio a sacrifici e battaglie». I trofei esposti in bella vista, il primo è quello di Kitzbuehel, quello mitologico dell’Hahnenkamm-Rennen, quello che brama ogni discesista. «La Streif è una pista unica, la più difficile. Quando voli verso il traguardo in mezzo a decine di migliaia di persone è indescrivibile, come quando sali sul palco sopraelevato della premiazione con una bolgia sotto i tuoi piedi». Una figura importante è papà Luis, che ha rischiato la vita per una malattia. E Peter, in lacrime durante un’affollata conferenza stampa, gli dedicò la medaglia di bronzo in combinata ai Mondiali di Garmisch 2011. «Lo seguo da sempre, anche se non ho mai pensato nemmeno un attimo a sostituirmi a un allenatore, anche se in passato l’ho fatto a Castelrotto creando lo sci club». Insomma, la famiglia. Quella dei suoi cari, quella della squadra di discesa. Peter, il campione, le vuole proteggere entrambe.

Articolo tratto da Race ski magazine 147 di dicembre 2017. Se vuoi acquistare la copia o abbonarti visita il nostro sito.

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