Oreste Peccedi e l’idea della Stelvio di Bormio

Nel ricordo di Oreste Peccedi vi riproponiamo il racconto sulla nascita della Stelvio di Bormio, pubblicato sul numero 166 di Race Ski Magazine.

Ci sono persone che quando parlano non finiresti mai di ascoltarle. Non servono tante domande, il loro è un continuo racconto di emozioni.
Basta accennare Stelvio e si illuminano gli occhi, pensando a quante ore hanno vissuto per quello che allora era un sogno e adesso è una realtà olimpica. Non vogliono medaglie al valore per quello che hanno fatto, sono semplicemente orgogliosi. Oreste Peccedi e Aldo Anzi ormai non si vedono più tutti i giorni, ma quando si ritrovano è come fosse il primo.
Senza le tue conoscenze e le tue intuizioni non sarebbe mai stata disegnata così.
Sì, ma senza il tuo lavoro a dirigere la gara nei primi anni di Coppa del Mondo, quando molti pensavano e magari speravano pure che non ce l’avremmo fatta, non saremmo qui ora. E anche il tuo entusiasmo per una gara che fosse sempre più spettacolare, è stato decisivo.

©Alo Belluscio

Su un punto sono d’accordo: da soli sarebbe stato impossibile. La montagna però, si prestava e ci abbiamo sempre creduto. Volevamo fare qualcosa che rimanesse nella storia.
Correva l’anno 1982: dopo i Mondiali di Schladming la Fis decise che fosse meglio spostare la rassegna iridata negli anni dispari per evitare la concomitanza con i Giochi Olimpici. Scelse la sede per l’edizione del 1985: Bormio.

Serviva una pista all’altezza dell’occasione, o meglio una pista che arrivasse sino al centro del paese. Chi meglio di Oreste Peccedi avrebbe potuto disegnarla? Aveva esperienza da vendere dopo tanti anni in Coppa del Mondo con la Nazionale, conosceva la montagna come pochi e soprattutto era di Bormio e amava profondamente il suo paese. Le difficoltà non mancano, i soldi non sono così tanti. Una traccia c’è già ed quella del Canalino Sertorelli, sfruttato per alcune gare nazionali e che comunque aveva il suo fascino. Ma bisognava scendere e salire, per realizzare una discesa che fosse lunga e spettacolare sin dall’inizio, e arrivasse in paese. Si decide subito di puntare in alto. La partenza deve far capire a tutti di che gara si tratta: il posto viene presto trovato, con una picchiata iniziale che poi si scoprirà essere del 63%.

Mi ricordo ancora le parole di un allenatore austriaco che era venuto a vedere la pista nell’estate prima dei Mondiali, ’questo schuss te la fa fare subito addosso’.
Saranno pochissimi secondi di gara, ma fanno la differenza. Quando bisogna abbassare la partenza non è più la stessa discesa. Serve il pelo e quel tratto lì te lo fa subito capire. Dalla Rocca partiamo anche noi due…
Il salto della Rocca c’è già, l’idea è quella di sfruttare al massimo le asperità del terreno.
Sì, ma non capisco la tracciatura di oggi. Quando Pirmin Zurbriggen ha vinto la discesa dei Mondiali ha saltato quaranta metri in quel punto, ma era comunque su una linea di sicurezza, adesso si salta molto di meno, ma la traiettoria è sicuramente più rischiosa.
La discesa per me è spettacolo, senza mettere a rischio l’incolumità degli atleti, ma bisogna rimanere in aria, adesso sono troppo spesso in curva.

La Mausefalle a Kitz o l’Hundschopf a Wengen mica vengono modificati. Una volta si rimaneva anche 180 metri in aria (complessivi) anche a Bormio: la discesa è la discesa. 

L’altro passaggio chiave è quello della Carcentina, una diagonale che non lascia spazio a improvvisazioni, lì gli sci sbattono sempre, il fondo è sempre ghiacciato.
Lo facevamo anche noi, all’inizio, ma tutto a mano. Non c’erano i gatti di oggi con i verricelli. Si saliva con gli sci, si bagnava, si batteva e si lisciava, ma non si riusciva a livellare. Se adesso vedete ancora come gli sbattono per le ondulazioni, figuratevi allora. Si passava più in basso dove adesso c’è il campetto della scuola sci, poi abbiamo deciso di tracciare un po’ più alto, anche perché quel pezzo di pista mi serviva per la mia scuola (ride).

 

©Agence Zoom

 

Ma occhio quella compressione prima del salto di San Pietro, sembra banale, invece è fondamentale per il resto della gara.
 Basta poco per perdere tanta velocità in quel punto e dopo te la porti dietro.
 La Carcentina è comunque uno spauracchio a quella velocità, non è mai banale invertire sul quel pendio diagonale, su un fondo ghiacciato e sconnesso.
Ti butta fuori.
Se la prima parte del tracciato è sistemata, adesso bisogna arrivare in paese. Ma ci sono muri di roccia alti anche quindici metri per arrivare in fondo. Dal Ciuk a Bormio non fa mai troppo freddo, si può innevare ovviamente, ma bisogna anche considerare questo aspetto prima di decidere dove passare.
 Lì c’è stata una bella intuizione di Veri Confortola su dove passare. Ha trovato il varco giusto, mi ricordo ancora quando abbiamo deciso di abbattere quelle rocce, i sassi sono finiti sino in paese. E da lì siamo arrivati dritti sino al traguardo. Però se devo essere onesto, adesso sembra un po’ meno una discesa, manca un grande salto all’arrivo. Per me oggi non è così attuale.
Oreste è così, uomo di montagna di grandi idee (non dimentichiamolo mai, il palo snodato dello slalom come lo vediamo da anni, in pratica lo ha inventato lui), ma mai veramente contento di quello che ha fatto. Anche quando era alla guida di una squadra che ne piazzava cinque ai primi cinque posti. Ma un allenatore è come un papà e se qualche altro figlio non è andato bene, allora non sei felice se lui non è soddisfatto. Per me contava che tutta la squadra fosse realizzata. Anche se lo so che dieci nei primi dieci non potevo piazzarli. Ma sono fatto così.

Hanno sfruttato la loro esperienza, hanno visto gare su gare in mezzo mondo, hanno cercato un po’ di copiare qualche passaggio per portarlo sulla loro pista di casa, hanno passato notti insonni per rendere la Stelvio sempre più unica, per fare qualcosa di grande per Bormio che restasse per sempre. In fondo è una pista che quando è fresata a dovere possono farla tutti – magari non tutti nel lancio iniziale – ma quando è tracciata (e ghiacciata) diventa quasi impossibile se non sei al massimo della condizione per quasi tre chilometri. Tutti alla fine arrivano giù distrutti per la stanchezza, per le gambe dure. Non ha mai vinto uno a caso. Si va veloce, la soddisfazione più grande è quella che è diventata una classica della discesa perché sono stati gli atleti che hanno fortemente voluto tornare a Bormio.

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