Lo sci è pronto al cambiamento?

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Verrebbe da chiedersi, Fis World Cup o Red Bull World Cup nelle prossime stagioni?
I malumori, chiamiamoli così, degli atleti verso le decisioni della Fis e in particolare del suo presidente Johan Eliasch, sono noti, mentre è altrettanto evidente quanto Red Bull sia presente nel mondo dello sci. Il ritorno di Marcel Hirscher – e degli sci Van Deer, progetto sostenuto dalla bevanda dei due tori – è solo l’ultimo tassello di un gruppo di atleti griffati Red Bull, da Odermatt a Kristoffersen e Braather, da Paris a Goggia, passando per Pinturault, Noel, Vinatzer, Colturi… solo per citare i primi che ci passano per la testa.
Ma l’arco di Red Bull spicca nella discesa di Kitz ed è sempre pronta a sostenere le iniziative dei suoi atleti, come il recentissimo Red Bull Alpine Park, promosso da Clément Noel a Val d’Isère, una gara a squadre multinazionali tra slalom parallelo e freestyle (vinto da Alex Vinatzer con Emma Aicher, Léo Coppel e Cléo Chalamel). Insomma presente sempre e dovunque.

I partecipanti al Red Bull Alpine Park ©Agence Zoom

L’ingresso di Red Bull, poi porta spesso e volentieri a personalizzare i team: non solo di chi ha cambiato nazionalità, ma anche di chi resta con la Nazionale di casa, potendo comunque contare sulle strutture e i benefici dell’azienda austriaca (tanto che Pinturault o Kristoffersen si sono trasferiti nel Salisburghese). Per carità, anche ci sono altri atleti non Red Bull che lavorano con team privati, vedi Shiffrin, Gut-Behrami o Vhlova, e tante federazioni puntano sempre di più sulla personalizzazione, la stessa Italia con il gruppo élite femminile.
Piaccia o meno la tendenza per gli atleti di altissimo livello sembra essere questa.

Marco Odermatt ©Agence Zoom

C’è, però, un altro dato che porta a una riflessione futura sul futuro dello sci agonistico che supera tutto quello di cui si discute, dai calendari alle questioni economiche. Ne avevamo già parlato sulla rivista a inizio anno e mai come ora diventa sempre più attuale con gli ultimi accadimenti. Stiamo parlando del principio emerso dalla sentenza sul caso, semplificando, tra Uefa (e Fifa) e Superlega, vale a dire che la federazione europea, e a cascata quella internazionale, non hanno il monopolio nell’organizzazione delle competizioni sportive. E soprattutto non possono sanzionare chi decide di partecipare a eventi extra federali. Così Red Bull (che continuiamo a citare perché la più attiva in questo mondo, ma potrebbe valere per qualsiasi altro brand) potrebbe organizzare anche solo un mini-circuito di gare pure in pieno inverno, sicuramente con un montepremi di peso, senza che gli atleti presenti possano essere puniti dalla Fis. Insomma un graduale passaggio al professionismo.

©Agence Zoom

Un circuito professionistico, in realtà c’era già stato, negli States, ma poi presto si era dissolto. Oggi le condizioni sono certamente diverse e forse anche mature: lo sci è, come tanti altri sport, business, ma vive ancora in uno stato di semi-professionismo, con le federazioni a seguire gli atleti del circuito più importante.
Succede da sempre nella Formula 1, è successo anche nel basket, non solo pensando alla Nba, ma anche nel nostro continente con l’Eurolega. Succede nel ciclismo dove l’Uci è solo il cappello dei vari Tour de France o Giro d’Italia. Succede nel golf o nel tennis (dove esiste l’associazione dei giocatori professionisti attiva anche nell’organizzazione).
Nello sci, invece, resta la Fis a organizzare tutto. Poi è chiaro che gli interessi delle federazioni nazionali (che sono dietro alla gestione delle gare casalinghe) collimano spesso con quelli della Fis, anche perché nel consiglio internazionale siedono un bel po’ di presidenti di quelle nazionali, pur se in questa fase si sta discutendo di diritti televisivi, ma sembra ancorato a un sistema identico a mezzo secolo fa.
A un passaggio epocale è pronto lo sci?

Wengen ©Agence Zoom

 

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