Livio Magoni, macchina sforna campioni

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Una macchina che non si ferma mai. Livio Magoni resta sempre sulla cresta dell’onda: prima Tina Maze adesso Petra Vlhova. Mentre chiacchieriamo, lui, tanto per cambiare, è da solo nella stanza d’albergo ad analizzare video.

Tina e Petra, che cosa le accomuna?
«Le similitudini sono tantissime: soprattutto la capacità di fissare un obiettivo e averlo sempre chiaro in testa. Anche quando mangiano, potrei direi. In tutti questi anni non ho trovato atlete che non abbiano voglia di lavorare, anzi. Ho trovato mentalità diverse, questo sì. E alla fine questo fattore fa la differenza in uno sport di alto livello».
E allora qual è il segreto di Livio Magoni?
«Non ho la bacchetta magica, questo è certo.
Ho avuto la fortuna di avere due fuoriclasse che ho potuto seguire direttamente a 360 gradi e per 365 giorni l’anno, sia sugli sci, sia atleticamente. Tina, quando sono arrivato io, era già Tina Maze: in fondo ero io un po’ il signor nessuno, magari anche un bravo allenatore, ma non così famoso.
Voleva smettere dopo la crisi che aveva avuto: è stato difficile perché non era un problema di tecnica, ma di testa. Ma con Andrea (Massi, il compagno, ndr) abbiamo fatto un programma mirato che l’ha portata fuori da quella situazione, sino a tornare a quella che era prima».
E Petra Vlhova?
«È stato completamente diverso perché ho dovuto cambiare tutto il suo sistema di lavoro. In slalom c’era, ma in gigante siamo davvero partiti da zero. Ci ha creduto e siamo subito arrivati al colpo grosso fatto a Levi. Lavorava tantissimo, ma senza un metodo preciso, adesso stiamo andando nella giusta direzione non solo con lei, ma con tutto lo staff».

Com’è lavorare con così poche persone?
«Ormai sono stato etichettato come un tecnico che fa risultati solo con i team piccoli, me ne farò una ragione. Anche se credo di aver dato il mio contributo, anche quando sono stato in squadre grandi, come l’Italia. La crescita delle azzurre c’è stata e lo testimoniamo anche i numeri. Alla fine non cambia poi così tanto: le problematiche in fondo sono le stesse. Certo, da una parte ci sono venti teste, dall’altra cinque. E questo emerge quando ci sono alti e bassi: chi è responsabile di un gruppo deve prendere decisioni. Io non credo di essere un duro, ma so benissimo che le mie scelte posso essere decisive e allora decido. In un team piccolo è più facile remare nella stessa direzione, ci sono meno ambiguità, l’atleta ti segue totalmente e diventa quasi impossibile scalfire il suo guscio. Quando si è in tanti è possibile che qualcuno prenda un’altra strada, diversa da chi è messo lì per decidere».

Nessun riferimento all’Italia?
«No, assolutamente. Questa storia viene puntualmente fuori quando vinco all’estero. Ma non è così, non c’è nessuna rivincita personale con la FISI. Anzi, mi spiace che venga sempre fatto questo paragone. Con l’Italia credo di aver dato il massimo, di aver anche fatto un buon lavoro, ma anche di aver imparato molto come persona. Un’esperienza di lavoro che è finita, come possono essercene mille in tutti in campi. Una parentesi che si è chiusa, inutile tornarci sopra, adesso guardo avanti».

Avanti, cosa farà Livio Magoni nel futuro?
«Andrò a sciare con mio figlio… Questa stagione è evidente, voglio arrivare alle Olimpiadi, poi ci penserò. Che senso ha essere sempre in giro quando c’è un figlio di cinque anni a casa? Vorrei stare di più con lui. Poi che scii, pratichi un altro sport o decida di suonare non importa: vorrei godermelo di più».

Articolo tratto da Race ski magazine 147 di dicembre 2017. Se vuoi acquistare la copia o abbonarti visita il nostro sito.

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