Melanie Meillard ©Agence Zoom

I più recenti studi scientifici hanno dimostrato che gli atleti top hanno una migliore aspettativa di vita rispetto alla popolazione generale della stessa età, soffrono meno di varie patologie e hanno una frequenza di ricovero ospedaliero più bassa. Nonostante questo, il rischio di infortunio è più elevato quando si parla di patologie muscolo-scheletriche, sia acute che croniche, e anche una frequenza maggiore di malattie sport-correlate. Dalle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, il CIO ha incaricato un gruppo di esperti per monitorare la frequenza degli infortuni degli atleti durante i Giochi Olimpici, iniziando la registrazione anche delle malattie a partire da Vancouver 2010. Quattro mesi prima delle rassegne a cinque cerchi, i Comitati Olimpici Nazionali vengono informati sulle procedure mediche, mentre il giorno prima della cerimonia d’apertura viene organizzato un incontro tra gli staff medici e gli esperti del CIO. Durante le due settimane dei Giochi il comitato medico raccoglie un report quotidiano che registra le patologie e gli infortuni occorsi, compilato da ogni singolo staff medico delle differenti nazionali. Lo studio scientifico registra solo i nuovi casi (non tiene con conto delle patologie pre-esistenti). Vengono definite patologie severe quelle che hanno una prognosi maggiore di una settimana, informazioni che circolano, ma che rimangono sempre garantite dalla privacy.

INFORTUNI A SOCHI
A Sochi, durante le ultime Olimpiadi Invernali, hanno partecipato 2.780 atleti, 1.121 donne (40%) e 1.659 uomini (60%). In due settimane sono stati registrati 391 infortuni, ovvero circa 14 infortuni ogni 100 atleti; 43 atleti hanno avuto due infortuni, due ne hanno avuti tre e un atleta ha avuto ben quattro stop. Il numero più alto di infortuni è stato registrato nelle specialità aeree dello sci, il più pericoloso si è dimostrato lo snowboard slopestyle con 37 infortuni per 100 atleti, mentre lo sci nordico e il biathlon hanno registrato il numero più basso; lo sci alpino è tra i più traumatici con 20 casi sempre su base 100. La frequenza media degli infortuni è stata simile tra uomini e donne, ma nelle donne lo sport più pericoloso è stato lo slopestyle, mentre per gli uomini è stato il salto con sci.
A Sochi il 61% degli infortuni è stato immediatamente recuperato, senza perdita di allenamenti o gare, mentre 39 atleti (10%) hanno avuto una prognosi maggiore di un mese. Tra i casi più gravi ci sono state 23 lesioni dei legamenti del ginocchio, tra questi cinque sono avvenuti nel moguls (gobbe), quattro nello sci alpino (discesa la più pericolosa) e nell’hockey, tre nel salto e altrettanti nello snowboard. Inoltre sono state segnalate 14 fratture, in totale, il 35% è avvenuto in gara, mentre il 65% in allenamento. L’hockey su ghiaccio è risultato essere l’unico sport in cui ci si fa più male in gara rispetto agli allenamenti. Anche le malattie rappresentano un serio problema durante le Olimpiadi; sono le patologie del sistema respiratorio quelle più frequenti e in Russia hanno colpito circa il 9% degli atleti. I numeri generali di Sochi (12%) sono in linea con quelli delle precedenti edizioni (11% a Vancouver e Londra, 10% a Pechino). Le implicazioni pratiche di questi studi sono diverse. Dal punto di vista della prevenzione è utile tener conto che gli infortuni più gravi riguardano gli atterraggi dai salti e che in futuro l’equivalente di caduta dei salti, cioè la misura della velocità di impatto dello sciatore in rapporto alla pendenza, potrebbe essere disegnata da algoritmi che potranno tener conto delle informazioni sugli infortuni. Infine la prevenzione è anche possibile migliorando le capacità neuromotorie e controllando i movimenti sportivi scorretti più a rischio per la salute degli atleti.

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