In Savoia, nel febbraio del 1992, per il suo esordio olimpico, Deborah Compagnoni, 21 anni, nipote di secondo grado di Achille (scalatore del K2), si presenta come outsider di lusso. Da sola praticamente ha rianimato lo sci femminile italiano agonizzante, in crisi di talento, numeri e organizzazione dalla seconda metà degli anni ’80, ma risorto in tre stagioni sotto la sapiente guida di Piermario Calcamuggi, valdostano di Point-Saint Martin.
Deborah a due anni era già sugli sci grazie a papà Giorgio, maestro, guida alpina ed albergatore; a dodici batte i coetanei maschietti in allenamento allo Stelvio, a 15, ai Mondiali senior ’85 nella sua Santa Caterina Valfurva, porta il caffè al suo idolo Vreni Schneider nell’albergo di famiglia (poi chiuso dopo la terribile frana del 1987, con i Compagnoni che poi ricominceranno acquistando l’Hotel Baita Fiorita, una meraviglia ancora oggi) e nel frattempo cade rovinosamente in diretta tv facendo da apripista per le prove della discesa iridata. Senza conseguenze, per fortuna.
Intanto cresce a vista d’occhio con quella naturalezza imparata sciando in campo libero da bambina tra i boschi della sua terra. Vince il titolo iridato jr. in gigante a Saelen, in Svezia, nel marzo 1987, dopo aver già esordito in Coppa del Mondo, a dicembre 1986, davanti a Petra Kronberger; d’estate si allena in squadra B. A novembre 1987, esattamente il 28, cioè il giorno dopo la prima vittoria di Alberto Tomba, sempre al Sestriere si piazza quinta in superG con pettorale superiore al 40, suo primo grande risultato nel circuito.
Poco dopo è quarta in discesa a Val d’Isere, a dicembre 1987. Sembra già lanciata verso i Giochi di Calgary 1988, la stella cometa che lo sci alpino italiano aspettava da una vita. Ma il destino è dietro l’angolo. Nelle prove della discesa di Zinal, in Svizzera, a gennaio 1988, cade rompendosi il legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Ci vorranno due anni per tornare a buoni livelli, e dopo due operazioni, la seconda a Lione, dal professor Chambat, che la opererà poi anche nel 1992. Quel ginocchio non tornerà mai completamente a posto.

Quando tutto sembra volgere al meglio, nell’autunno del 1990, ecco un altro colpo tremendo: è il 20 ottobre, Deborah subisce un blocco intestinale. Papà la carica a forza sull’auto per portarla in ospedale mentre lei sussurra “papà, sto morendo!”. I medici: “Aveva ancora 20 minuti di vita”, riporta Claudio Gregori sulla Gazzetta dello Sport. Le asportano 80cm di intestino. Non molla. Torna in pista e con un paio di sci da slalom si piazza quarta nel gigante di Vail, il 17 marzo 1991. E finalmente rinasce.
Dal 1° dicembre 1991 al 27 gennaio 1992 si piazza sette vuole tra le prime dieci in Coppa del Mondo in tre specialità diverse, è seconda quattro volte in gigante, una anche in slalom a Maribor, e soprattutto vince il superG di Morzine, il 26 gennaio 1992, con in squadra anche il futuro guru dei norvegesi, Franz Gamper, allenatore che aveva previsto quel successo. Un’italiana non vinceva in Coppa dal 1986, sempre a Morzine, sempre in superG: Michaela Marzola. Incredibile!

Dunque arriva da outsider di lusso ai Giochi del 1992, anche se le principali favorite si chiamano Kronberger, Merle, Seizinger, Maier ecc ecc. Il superG viene rinviato di 24 ore per maltempo, era previsto il 17 febbraio. Si disputa invece il giorno dopo, quando c’è in programma anche il gigante maschile. E sarà uno dei momenti più alti nella storia dello sport italiano.
Pista Face du Roc de Fer a Meribel, esiste ancora oggi. Parte alta più tecnica, seconda più scorrevole. Giornata finalmente splendida, sole alto e neve pefetta. Deborah è fuori dalle prime 15 della start list: si è imposta a Morzine, è vero, con pettorale 18, ai Giochi ha in dote il n.16. Si parte. Tracciato completo, degno dei Giochi. Roffe e Fjeldavlie finiscono subito fuori, un ammonimento per le altre. Le protagoniste annunciate non sciano bene, ma si salvano. Alla fine sono lì davanti, una dopo l’altra.

Carole Merle, prima delle favorite a scendere, pettorale n.4, azzecca le linee solo nella parte finale. Per il resto non offre una prova maiuscola, anzi, sembra soffrire la pressione del pronostico, ma è comunque la migliore in 1’22″63. E nessuno la supera. Seconda è Katja Seizinger, con errore gigantesco nel tratto finale, salva per miracolo in acrobazia. Terza Petra Kronberger, un po’ l’ombra di sé stessa in velocità, ma oro in combinata. Quarta è Ulrike Maier. Sembra insomma tutto apparecchiato, come da pronostico, per un trionfo francese sulle nevi di casa. E del resto Merle vince la Coppa di superG ininterrottamente dal 1989…
Parte Deborah. Calma serafica. Sono le 12.37. E’ fantastica nelle linee, sempre in spinta. A metà gara a oltre un secondo di vantaggio. Sciata pulita, bellissima da vedere. Centrale, non ha difficoltà a prendere il ritmo giusto e unica fra tutte riesce a tenere la posizione a “uovo” per buona parte della sua prova. Nella parte più tecnica domina le avversarie. L’ultimo tratto è quasi una formalità, pur sbagliando la linea su due porte, da quanto è veloce: 1’21″22 è il suo tempo finale. Carole Merle rimane di sasso. E’ argento, unica medaglia olimpica della carriera per la francese, ma a ben 1’41” da Compagnoni. Un anno più tardi, a Morioka, ai Mondiali 1993, sarà oro in gigante. Ma qui e ora a Meribel trionfa Deborah Compagnoni.

Bronzo a Katja Seizinger, staccata di quasi due secondi dall’azzurra. Compagnoni, insomma, le surclassa tutte. Piangono in molti. Non lei, Deborah, sballottata di qua e di là da una tv all’altra. Spunta persino un tifoso emiliano: “Ti sei sbagliato – gli dicono – Tomba gareggia oggi, ma a Val d’Isere”. “Ma cosa dite – risponde lui – io sono un fan di Deborah. Adesso la cittadinanza onoraria di Sestola non gliela toglie nessuno”. Il tutto mentre Alberto si appresta a vincere il gigante olimpico, nello stesso giorno, quell’indimenticabile 18 febbraio 1992.




